Neurodegenerazione

L’algoritmo «disegna» come invecchia il cervello

Grazie all’Ai è possibile misurare i primi segnali di invecchiamento cerebrale, aprendo la strada a uno strumento nuovo per comprendere, prevenire e curare la demenza

di Federico Mereta

3' min read

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Come invecchia il cervello? E come si possono cogliere i primi segnali di decadimento cognitivo, a prescindere da quello che dice la carta d’identità? Nella sfida alla neurodegenerazione, l’intelligenza artificiale (Ai) potrebbe rivelarsi un aiuto importantissimo. Anche e soprattutto se si tratta di aggregare informazioni fino a disegnare il percorso di senescenza cerebrale.

A far ipotizzare nuovi, possibili strumenti e algoritmi grazie all’Ai per misurare la velocità con cui il cervello di un soggetto invecchia, aprendo la strada a uno strumento nuovo per comprendere, prevenire e curare il declino cognitivo e la demenza, è una ricerca che apparsa su Pnas (Proceedings of the national academy of sciences), la rivista dell’Accademia delle scienze americana. Lo studio è stato condotto da un team di esperti dell’Alzheimer’s disease neuroImaging initiative, tra cui studiosi dell’Università della California del Sud (Usc) coordinati da Andrei Irimia e Paul Bogdan. L’osservazione fa seguito e migliora la sensibilità anche perché punta su controlli ripetuti, rispetto a uno studio precedente, che ha visto sempre protagonisti gli studiosi dell’Usc.

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Un percorso su misura

Il nuovo modello propone una serie di calcoli che, come riporta una nota dell’Università della California, parte da una particolare rete neurale, definita convoluzionale tridimensionale (3D-Cnn). Il modello è stato sviluppato e convalidato su oltre 3.000 risonanze magnetiche di adulti cognitivamente normali, ripetute nel tempo. Quindi si è evitato il limite dell’unica valutazione in un determinato momento nella vita e si è potuto capire meglio cosa accade sul fronte anatomico in caso di invecchiamento più rapido o, al contrario, rallentato.

La rete neurale, inoltre, come ricorda Bogdan nella nota per la stampa, ha permesso di “generare” anche “mappe di salienza” interpretabili, che indicano le regioni cerebrali specifiche che sono più importanti per determinare il ritmo dell’invecchiamento. I calcoli proposti dal nuovo modello sono stati sviluppati in una popolazione di un centinaio di adulti sani e su 140 persone con malattia di Alzheimer e si sono rivelati correlati ai mutamenti osservati nei test classici sulle funzioni cognitive somministrati in entrambi i momenti. Insomma, siamo di fronte a un’opportunità che potrebbe consentire di avere a disposizione un biomarcatore precoce del declino neurocognitivo, potenzialmente applicabile sia a soggetti sani che a persone con decadimento. Ma soprattutto, e questa è la speranza, si potrebbe giungere ad avere informazioni predittive sulla traiettoria di quadri patologici. E quindi aprire la strada a trattamenti specifici sulla base delle caratteristiche e dell’età biologica cerebrale di ogni persona.

Differenze di genere

«I tassi di invecchiamento cerebrale sono correlati in modo significativo ai cambiamenti nelle funzioni cognitive» è il commento di Irimia. Cosa significa? Secondo l’esperto in presenza di un elevato tasso di senescenza cerebrale si alza la probabilità di andare incontro a deficit delle funzioni cognitive, come memoria, velocità e funzione esecutiva e velocità di elaborazione. Insomma, si va oltre l’anatomia.

Grazie ai test e alle capacità dell’Ai, in ogni caso, il modello messo a punto è stato anche in grado di valutare “geograficamente”, ovvero in chiave anatomica, come invecchiano le diverse aree cerebrali. Ma non basta. Lo studio ha anche dimostrato che il ritmo dell’invecchiamento cerebrale in alcune regioni del sistema nervoso non è lo stesso negli uomini e nelle donne. In qualche modo, quindi, la differenza tra realtà biologica e anagrafica risentirebbe anche di fattori di genere, peraltro provati dall’epidemiologia, sul fronte del rischio di sviluppare patologie neurodegenerative.

Seguire il percorso nel tempo, indipendentemente dalla carta d’identità e magari considerando invece fattori genetici e ambientali che possono influire su quanto avviene, potrebbe quindi consentire anche di anticipare la diagnosi e quindi potenzialmente agire meglio sull’evoluzione del quadro. Per un futuro, tutto da disegnare, che punti sulla prevenzione della neurodegenerazione. Sempre ricordando che l’età biologica va distinta dall’età cronologica di una persona.

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