La questione energetica

L’Europa a caccia di carbone: ecco cosa succede con l’embargo alla Russia dal 10 agosto

Da mercoledì stop alle forniture da Mosca: l’Ue deve cercare altrove 40 milioni di tonnellate di materiale a prezzi che oggi sono il triplo di un anno fa. E il fabbisogno cresce

di Sissi Bellomo

Ucraina, il lavoro in una miniera nell'oblast di Donetsk

4' min read

4' min read

È il combustibile più inquinante, il primo di cui l’Europa vorrebbe liberarsi. Ma del carbone oggi abbiamo disperatamente bisogno: ne consumiamo sempre di più, pagando cifre record pur di alimentare le nostre centrali, divenute indispensabili per evitare blackout. Riuscire a rifornirci tuttavia sta diventando una sfida difficile.

Dal 10 agosto entra in vigore l’embargo alle forniture dalla Russia, deciso lo scorso aprile dall’Unione europea. A quel punto uscirà di scena quello che era il nostro maggior fornitore, da cui l’anno scorso sono arrivate circa il 40% delle nostre importazioni: quasi 40 milioni di tonnellate (carbone metallurgico incluso) che ora dobbiamo procurarci altrove, da Paesi ben più lontani, come gli Stati Uniti o l’Australia, e dunque con costi e tempi di trasporto molto più elevati.

Loading...

Ma non basta. Servono anche carichi supplementari di carbone, rispetto all’anno scorso. Perché il nostro fabbisogno – dopo anni di declino che ci avvicinavano all’agognato phase out – si è rimesso a crescere, con ritmi sempre più sostenuti e destinati probabilmente ad un’ulteriore accelerazione andando verso l’inverno.

Il boom dei consumi

Nel primo semestre di quest’anno i consumi europei di carbone termico si sono impennati del 16% secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), che per l'intero 2022 prevede un fabbisogno extra di 33 milioni di tonnellate.

La stima rischia di essere ottimista. Il carbone ci serve infatti non solo per fronteggiare le carenze di gas russo (e Mosca potrebbe tagliare ulteriormente i flussi), ma anche per tamponare gli effetti – disastrosi per il sistema energetico – di questa estate torrida.

Quasi ovunque in Europa il contributo dell’energia idroelettrica è crollato e in Italia, dove questa è la principale fonte rinnovabile, il ribasso è stato addirittura del 39,1% nel primo semestre (dati Terna). Le temperature elevate e la scarsità di acqua hanno inoltre aggravato le carenze di energia nucleare: in Francia l’atomo oggi fornisce meno di 30 GW di elettricità, contro i circa 40 GW di agosto 2021.

La riaccensione degli impianti

Nell’attesa di un ulteriore sprint nello sviluppo delle rinnovabili l'Europa non può fare a meno di «turarsi il naso» e ricorrere al carbone. I piani per affrontare l’inverno prevedono quasi ovunque l’accensione di ulteriori centrali rispetto a quelle già attive, compresi vecchi impianti che erano destinati a chiudere. In Italia il Governo ha in programma «fino a ulteriori 10-12 TWh l’anno rispetto al 2021» di elettricità prodotta da carbone o olio combustibile, con risparmi di gas per 1,1 miliardi di metri cubi nel secondo semestre e di 2,3 Bcm nel 2023.

«Il carbone – si legge in un report di ANZ – è l’unica opzione della Ue per stabilizzare le forniture di energia. Il nucleare rimane ridotto a causa dell’obsolescenza degli impianti e le importazioni di Gnl sono già ai massimi della capacità».

Per ora il Vecchio continente sembra abbastanza rifornito: le utilities hanno anticipato l’accumulo di scorte di carbone, spesso sfruttando proprio i contratti con società russe, finché questo era possibile. Nel principale polo di importazione, l'hub Amsterdam-Rotterdam-Anversa (Ara), le scorte sono addirittura raddoppiate tra il primo e il secondo trimestre, portandosi ai massimi dal 2019 (6,6 milioni di tonnellate).

Gli acquisti di carbone termico dalla Russia hanno subito una riduzione importante solo da giugno, quando sono crollati a 1,7 milioni di tonnellate, stima CRU, il 48% in meno da maggio. Sempre a giugno le importazioni totali europee sono state più che doppie rispetto a un anno prima:  7,9 milioni di tonnellate, secondo il broker marittimo Braemar.

La corsa ai fornitori alternativi

Ora dovremo aumentare ulteriormente il ricorso ad altri fornitori, con il rischio di non trovare volumi e qualità adeguati, oltre che sborsando cifre elevatissime: il prezzo del combustibile è salito ai massimi storici a giugno, oltre 400 dollari per tonnellata (Cif Ara) e tuttora rimane intorno a 350 dollari, il triplo rispetto a un anno fa.

L’Europa sta già comprando molto più carbone da produttori non russi: soprattutto da Usa e Australia, ma anche da Sudafrica, Colombia e persino Indonesia (dove il combustibile ha scarso potere calorifico e va mescolato a forniture di qualità più elevata): da questi cinque Paesi sono arrivate 41 milioni di tonnellate di carbone nel primo semestre, contro i 44 milioni dell'intero 2021, secondo BRS, un altro broker marittimo. Solo gli Usa ci hanno inviato 14 milioni di tonnellate, l’Australia 13.

Non sarà facile ottenere di più, quando avremo bisogno di ristoccare. I fornitori tradizionali stanno già producendo ed esportando ai massimi delle proprie capacità o quasi. Tra i fornitori alternativi abbiamo già perso il Kazakhstan: il Governo per tutelare i consumatori locali intende sospendere l’export per sei mesi. Intanto la siccità estrema ha ridotto in secca il Reno, importante via di rifornimento fluviale per il centro Europa.

Anche in Asia, nel frattempo, ci sono grandi consumatori di carbone che hanno deciso di tagliare i ponti con la Russia: è il caso del Giappone e della Corea del Sud. La concorrenza, come per i carichi di Gnl, rischia di farsi sempre più agguerrita. E questo significherebbe prezzi ancora più alti.

Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti