L’embargo della Ue

Stop al carbone russo: bollette più care e non salverà l’ambiente

Dalla Russia arrivano il 70% delle importazioni europee di carbone termico, che purtroppo (a causa di carenze e rincari del gas)  siamo tornati a bruciare sempre di più nelle centrali. Per sostituire Mosca è probabile che ripiegheremo su forniture costose e ancora più inquinanti

di Sissi Bellomo

(Foto IPP/Evgeny Yepanchintsev)

4' min read

4' min read

L’embargo al carbone russo è un passo coraggioso, che l’Europa rischia di pagare a caro prezzo. Di certo le nostre bollette non diventeranno più leggere. E almeno nell’immediato non ci saranno vantaggi per l’ambiente.

Purtroppo non possiamo permetterci di accelerare il phase out del combustibile più sporco, anzi oggi riaccendiamo anche le centrali a carbone già destinate alla chiusura per far fronte alle carenze e ai rincari record del gas.

Loading...

E nei prossimi mesi potremmo inquinare ancora di più se – come probabile – sostituiremo una parte delle forniture da Mosca con carbone di qualità inferiore: nel peggiore dei casi lignite, a basso potere calorifico e alte emissioni climalteranti, ma che produciamo “in casa” a basso costo con estrazioni a cielo aperto (soprattutto in Germania e Polonia).

L’energia entra per la prima volta nel raggio delle sanzioni Ue contro la Russia, con una misura che a Mosca dovrebbe costare 4 miliardi di euro (4,4 miliardi di dollari), stima Bruxelles: ben poco rispetto ai 62,7 miliardi di dollari che l’anno scorso ha incassato – da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa – grazie al gas e ai 178,9 miliardi ricevuti in cambio di petrolio e derivati.

Ma per il Vecchio continente anche colpire soltanto il carbone è già un passo impegnativo, che complica ulteriormente lo scenario già difficile degli approvvigionamenti energetici.

Se ne parla poco, ma per il carbone dipendiamo da Mosca non meno che per il gas, sia pure con gradi diversi a seconda dei Paesi: la quota di importazioni dalla Russia è molto simile, intorno al 40%. Ma addirittura supera il 70% se consideriamo solo il carbone termico, quello che bruciamo in quantità crescenti nelle centrali elettriche.

Dalle minerarie russe nel 2021 ne abbiamo comprate 48 milioni di tonnellate secondo Morgan Stanley, che non sarà facile né economico sostituire, anche se la ricerca di fornitori alternativi non si scontra con vincoli infrastrutturali “forti” come quelli rappresentati da rigassificatori e gasdotti.

Busseremo, anche nel caso del carbone, alle porte degli Usa. Ci rivolgeremo in prima battuta al Sudafrica e alla Colombia, poi forse chiederemo anche alla lontanissima Australia o all’Indonesia. Ma nonostante gli impegni per il clima il carbone oggi è molto richiesto ovunque.

La forte domanda – nei Paesi emergenti e ora anche nelle economie avanzate – ha già infiammato i prezzi in ogni area del mondo, a livelli che non si vedevano da almeno 200 anni secondo Rystad Energy, che spiega i rincari con la «quasi totale assenza di forniture in eccesso a livello globale».

La situazione rischia di peggiorare, perché il carbone russo viaggia in gran parte in treno e non tutto riuscirà ad essere reindirizzato su altri mercati. «È un puzzle complicato – commenta Marius van Straaten di Morgan Stanley – Ci aspettiamo che a causa di sfide logistiche una parte delle esportazioni russe possa andare perduta, forse qualcosa nell’ordine di 30 milioni di tonnellate».

In Europa il carbone oggi costa circa 300 dollari per tonnellata (API 2, per consegna maggio) e a inizio marzo c’erano state punte record addirittura superiori a 500 dollari, contro i 180 dollari di prima della guerra in Ucraina e i 70 dollari di un anno fa. Eppure bruciarlo nelle centrali rimane conveniente, oltre che forse necessario.

Persino l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), paladina delle emissioni “ net zero”, oggi suggerisce il ricorso al carbone, non solo perché dobbiamo risparmiare gas ma perché in Europa per mesi c’è stato poco vento per l’eolico e troppa siccità per l’energia idroelettrica, mentre il nucleare francese è frenato da pesanti manutenzioni.

E poi c’è l’aspetto economico. È da luglio dell’anno scorso, osserva Bank of America, che in Europa costa meno produrre elettricità dal carbone che dal gas, anche tenuto conto dell’alto prezzo dei permessi per la CO2: il passaggio da un combustibile all’altro, stima la banca, ci ha fatto risparmiare 40 milioni di metri cubi al giorno di gas luglio 2020 e settembre 2021, sia pure inquinando di più.

Il punto è che da molti anni l’Europa cerca – giustamente – di liberarsi del carbone. E questo non ha fatto crollare soltanto i nostri consumi (riducendoli di due terzi tra il 1990 e il 2020, prima della recente risalita) ma anche la nostra produzione domestica.

Le miniere di carbone europee hanno chiuso ancora più in fretta delle centrali, tanto che ormai nella Ue è rimasta solo la Polonia ad estrarre carbone di qualità (hard coal, soprattutto litantrace) e anche la lignite (brown coal, poco pregiata e super inquinante) oggi c’è solo in Germania e pochi altri Paesi dell’Europa Orientale.

Così la nostra dipendenza dall’estero è aumentata. E a guadagnarci è stata soprattutto la Russia, che non solo è vicina ma ci vende a prezzi competitivi carbone di ottima qualità.

Per riuscire a fare a meno di Mosca, suggerisce S&P Global, è probabile che dovremo accontentarci anche di forniture con un minor potere calorifico, bruciando quantità ancora più grandi di carbone per ottenere la stessa energia.

Copyright reserved ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti