L’export di gas russo si riduce di un quarto ma c’è poca richiesta
Kiev ferma uno dei punti di accesso del gas in transito in Ucraina, ma l’impatto è inferiore al temuto: complice la scarsa domanda, Gazprom ha comunque rispettato le consegne ai clienti europei
di Sissi Bellomo
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La disputa sul gas tra Mosca e Kiev ha avuto (almeno nell’immediato) un impatto contenuto, sia sulle esportazioni dalla Russia, sia sul prezzo del combustibile, che dopo aver oscillato nervosamente al Ttf ha concluso la giornata di mercoledì 11 in ribasso del 5% a 93,7 euro per Megawattora.
Si temeva che le forniture di Gazprom sarebbero crollate di un terzo, penalizzando proprio la rotta più importante per l’Italia, che riceve il 40% delle importazioni dai gasdotti via Ucraina. Ma la riduzione dei flussi – benché tutt’altro che irrilevante – è stata inferiore alle attese: 23,8 milioni di metri cubi in meno, ossia circa il 25%, invece del calo previsto di 33 mcm. Il punto chiave tuttavia è che nessun acquirente, a quanto sembra, è stato deluso.
«Per avere una forte reazione sul mercato dovremmo vedere il titolare di un contratto che conferma una mancata consegna», afferma James Huckstepp, analista di S&P Global Commodity Insights. Ma questo finora non è accaduto. Le consegne di Gazprom, benché ridotte, sarebbero rimaste in linea con le richieste dei clienti, anch’esse in calo per una serie di concause.
Sarebbe bello pensare che l’Europa forse sta imparando ad essere meno dipendente (e meno condizionata) dalle forniture russe. In realtà a smorzare l’allarme contribuisce il clima, non più freddo e non ancora torrido, con vento sufficiente per muovere le pale eoliche.
C’è anche una risalita dei flussi dalla Norvegia, che di recente erano diminuiti: in Italia a compensare la discesa dei flussi a Tarvisio, dove entra il gas russo, è stato non a caso un incremento a Passo Gries, accesso per le forniture dal Nord.


