Il Fascicolo sanitario elettronico al test regionalismo

L’Italia della sanità è «rotta» in 21 pezzi? Ricentralizzare gestione dati e dispositivi

Sei medici italiani rispondono alle sollecitazioni di The Lancet Regional Health Europe sulle storture del regionalismo: la richiesta di una regìa unica per alcune funzioni del Ssn e di un coinvolgimento dei clinici

di Barbara Gobbi

Adobestock

3' min read

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A gennaio, i riflettori della rivista The Lancet Regional Health Europe accesi sul sistema di raccolta e gestione dei dati sanitari con un titolo che tradotto suonava più che emblematico: “Il sistema dei dati sanitari è rotto”. Con l’indice puntato sulla “causa principale” e cioè “l’ampia autonomia regionale, con 20 regioni che operano in modo indipendente e implementano politiche e tecnologie diverse, creando frammentazione normativa e inefficienze”. Tanto che secondo gli autori “la scarsa interoperabilità tra regioni e ospedali, oltre alla mancanza di sistemi di caricamento automatico dei dati nelle cliniche private, mina l’efficacia del Fascicolo sanitario elettronico, il sistema EHR nazionale italiano progettato per tracciare le storie cliniche dei pazienti, rendendolo ampiamente inefficace a causa di questi difetti strutturali”.

Non solo: gli Autori di quello studio ricordavano come malgrado nel 2022, l’Italia abbia speso 1,8 miliardi di euro per l’assistenza sanitaria digitale, con un +7% rispetto al 2021, “non è ancora chiaro se questi fondi siano stati pienamente utilizzati e come siano stati spesi, in particolare in relazione alle cartelle cliniche elettroniche e all’integrazione dei sistemi sanitari regionali e nazionali, poiché solo il 42% delle cliniche ha dichiarato di avere un sistema di acquisizione dati elettronico attivo in tutti i reparti”. Un quadro aggravato secondo la rivista scientifica dal combinato disposto con la migrazione sanitaria dal Sud al Nord del Paese, che a fronte degli oltre 90.000 italiani che si rifiutano di condividere i propri dati sanitari a causa di preoccupazioni sulla privacy, comporterebbe una duplicazione di esami, analisi e visite quando il paziente si sposta da un ospedale all’altro- Da qui l’allarme sul progetto di autonomia differenziata previsto dalla legge Calderoli e la sollecitazione a quell’“armonizzazione legislativa a livello nazionale”, “essenziale per stabilire una rete di dati sanitari unificata in Italia”.

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La risposta dei medici italiani

A distanza di due mesi, arriva sulla stessa rivista la risposta di sei medici italiani ben noti: Prisco Piscitelli (Segretario generale dell’Associazione medica europea), Alessandro Miani (presidente della Società italiana di medicina ambientale), Francesco Schittulli (presidente Lilt), Filippo Anelli (presidente Fnomceo), Loreto Gesualdo (presidente della Federazione delle Società scientifiche Fism), Annamaria Colao (Cattedra Unesco, Università Federico II di Napoli).

Nell’articolo “Riconoscere i limiti dei 21 diversi sistemi sanitari regionali italiani: un’opportunità di cambiamento?”, gli Autori riconducono la difficoltà dell’interoperabilità dei sistemi informatici tra le regioni italiane allo spezzettamento del Servizio sanitario nazionale avvenuto all’indomani della modifica costituzionale del 2001. Una decentralizzazione che non è finora riuscita pienamente a garantire Livelli essenziali di assistenza e prestazioni uniformi in tutto il Paese, generando di fatto disuguaglianze sanitarie, aggravate dalla riduzione dei posti letto ospedalieri (da quasi 10 a poco più di 3 ogni 1000 abitanti) e dalla lentezza nell’espansione dei servizi territoriali, nel contesto di una crescente domanda di salute da parte dei cittadini, che spesso non trovano risposte in tempi adeguati. “In definitiva - si legge nell’articolo - questo ha prodotto la crisi dei pronto soccorso, imbuti in cui i pazienti possono rimanere giorni prima di essere ricoverati, che vengono spesso utilizzati per fornire assistenza che potrebbe essere erogata a livello ambulatoriale, insieme al fenomeno critico delle liste d’attesa, in modo che i pazienti si rechino a visite o esami privati”.

A rischio l’accesso ai servizi

“Senza generare progressi sostanziali nell’efficienza del sistema, la riforma potrebbe ridurre anche l’accessibilità dei servizi, nel quadro di 21 diversi sistemi regionali con un diverso livello di qualità e capacità di erogare i Lea, dove le ricompense annuali aumentano il budget delle regioni più virtuose lasciando indietro quelle che necessitano di maggiori investimenti”. Secondo gli estensori dell’articolo “La scarsa interoperabilità tra regioni e ospedali (compresi quelli privati) del sistema di dati sanitari e la mancanza di una banca dati completa delle cartelle cliniche dei medici di medicina generale fanno parte di questo quadro”. E “la conseguente riduzione osservata nel numero di studi clinici in Italia rappresenta un ulteriore grave problema, in quanto la qualità dell’assistenza medica migliora dove si svolge una buona ricerca”.

“Riteniamo che sia nell’interesse dei cittadini italiani ricentralizzare almeno alcune funzioni del sistema, a partire dal coinvolgimento dei clinici nello sviluppo di un Fascicolo sanitario elettronico unico (HER) contenente tutte le informazioni generate per ogni paziente (dai medici di medicina generale ai ricoveri e agli screening oncologici), in modo che l’HER possa rappresentare un modello efficiente di interoperabilità dei dati e un “game-changer” per i medici”.

Un solo centro d’acquisto per i dispositivi medici

“La creazione di un centro d’acquisto nazionale unico per i dispositivi/forniture mediche - osservano poi i sei medici italiani - potrebbe anche ridurre al minimo le discrepanze di costo tra le regioni e generare risparmi finanziari da utilizzare per ridurre le disuguaglianze sanitarie. Nonostante i suoi limiti, va riconosciuto l’impegno del sistema sanitario italiano a fornire prestazioni mediche gratuite a qualsiasi persona (cittadini ma anche turisti o addirittura immigrati clandestini)”.

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