La fatica ineludibile della relazione con il prossimo
Gli esseri umani sono in uno stadio evolutivo nuovo, in termini cognitivi, emotivi e psicologici, o si sono adattati al nuovo assetto tecnologico?
di Gianluca Rizzi *
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Stiamo attraversando la fase di transizione dall’era dell’emergenza pandemica, in cui un equilibrio in termini di organizzazione del lavoro e gestione delle relazioni professionali era stato trovato, a un mondo nuovo in cui molto deve ancora essere compreso (e “ricostruito”). È più facile cedere alla tentazione di fare dei pronostici sul futuro piuttosto che chiedersi che tipo di nuovo assetto dell’organizzazione del lavoro riteniamo più appropriato e generativo e rimboccarsi le maniche per costruirlo.
Una cosa su cui sembrerebbero convergere molte delle riflessioni di coloro che si occupano delle persone nelle aziende (mi riferisco a consulenti, formatori, facilitatori, ecc.) è la rinnovata importanza da attribuire alla relazione umana e l’imprescindibilità di un approccio ampiamente basato su fiducia, empatia, gentilezza, comprensione, inclusione, sostegno, valorizzazione e rispetto.Tutto verissimo. Dopo anni di fatica psicologica ed emotiva, occorre rivedere radicalmente le modalità di gestione della relazione professionale, a e tra tutti i livelli.
Eppure, questa non è una competenza che si improvvisa ma va allenata. Inoltre, come suole dirsi, “it takes two to tango” ovvero si costruisce reciprocamente con la responsabilizzazione di entrambe le parti. E poi la relazione empatica con gli altri è certamente parte dell’istinto dell’essere umano, ma, a fronte della naturale propensione anche a sospettare del diverso, richiede uno sforzo consapevole di cura e impegno.
Nell’ottimo saggio di Lisa Iotti, “8 secondi: viaggio nell’era della distrazione” edito da “Il Saggiatore”, l’autrice a un certo punto fa riferimento agli esiti di uno studio sperimentale della Georgetown University dal titolo: “Lo smartphone riduce i sorrisi tra gli sconosciuti”, che ho trovato estremamente interessante. “La ricerca mostra che gli smartphone possono inibire la nostra propensione a sorridere a sconosciuti in situazioni casuali, là dove sarebbe invece normale stabilire delle interazioni. Sono i cosiddetti sorrisi Duchenne, come chiamano gli scienziati i sorrisi genuini, che coinvolgono precisi muscoli della nostra architettura facciale e trasmettono emozioni autentiche”.
Il sorriso misura il grado della nostra empatia e rappresenta la principale porta d’ingresso verso gli altri, “il più importante comportamento sociale orientato all’approccio, talmente immediato e forte come messaggio non verbale che persino i neonati sanno riconoscerlo e replicarlo”, scrivono i ricercatori.

