Solo i giganti esportano più dell’Italia
di Marco Fortis
di Emilia Patta
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«La vittoria di Elly Schlein alle primarie del Pd cambia la politica italiana. Il Pd diventa un partito di sinistra-sinistra che compete direttamente con il Movimento Cinque Stelle e assorbe i partitini di sinistra radicale. Non si tratta di esprimere un giudizio di merito, dire se si è d’accordo o meno: è un dato di fatto che la vittoria di Schlein cambia la pelle del Pd.
Qualcuno pensa che ciò sia un bene, qualcuno pensa che ciò sia un male: comunque la si pensi, tutti devono riconoscere che è un dato di fatto. Ed è un fatto di chiarezza importantissimo».
Dopo 48 ore di un silenzio che aveva impensierito non poco il leader di Azione Carlo Calenda e gli stessi amici renziani, alla fine Matteo Renzi traccia una riga e schiera decisamente la sua Italia Viva sulla strada dell’unione dei riformisti liberaldemocratici in un partito unico. Il ragionamento è quello noto, e già anticipato da Calenda nei suoi commenti a caldo la notte delle primarie: con un Pd spostato a sinistra, per il Terzo polo in costruzione si aprono le famose «praterie».
«Amici, il Pd del JobsAct e degli 80 euro, di Industria 4.0 e dello Sblocca Italia, del garantismo e delle riforme su diritti civili e sociali non c'è più. C’è un altro Pd. Migliore? Peggiore? Più forte? Più debole? Chissà. Non ci interessa, adesso. È un altro Pd, punto - continua l’ex premier ed ex segretario del Pd nella sua trazionale e-news ai sostenitori -. A questo nuovo Pd che parla un linguaggio diverso sul reddito di cittadinanza, sul nucleare, sulla politica estera, sulle tasse non possiamo che augurare buon lavoro con il rispetto di chi vede finalmente chiarito che ci sono due strade diverse. Il 26 febbraio 2023 si è concluso il percorso iniziato nel settembre 2019 con la nascita di Italia Viva. Si compie un passaggio fondamentale per la costruzione del nuovo progetto.Vengono giù - all'improvviso, tutti insieme - gli alibi di chi ancora pensava di poter coltivare il riformismo dentro il Pd».
Renzi non si fa illusioni, conoscendo bene il suo vecchio partito e i dirigenti ora raccolti nella minoranza di Base riformista che fa riferimento a Lorenzo Guerini, e non punta tanto sull’uscita di parlamentari e amministratori locali. E non sbaglia, visto che da Guerini in giù i parlamentari non hanno intenzione al momento di abbandonare il partito ma anzi stanno presidiando le posizioni interne e sono pronti a incalzare la neo segretaria Schlein per una gestione il più possibile collegiale. E lo stesso vale per lo stesso perdente, Stefano Bonaccini, e per gli amministratori che lo hanno sostenuto come i sindaci di Firenze e di Pesaro Dario Nardella e Matteo Ricci.
L’uscita riguarderà probabilmente qualche personalità da sempre di frontiera come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori e l’ex capogruppo in Senato Andrea Marcucci. Quello a cui puntano sia Renzi sia Calenda è il voto degli elettori che avevano creduto nel Pd del Lingotto di Veltroni, il Pd a vocazione maggioritaria e unione dei diversi riformismi - socialista, cattolico e liberaldemocratico - e che ora si presumono delusi e scoraggiati.