Lo stratagemma

La sedia vuota di Orbán: così è passato il via libera Ue ai negoziati con l’Ucraina

Viktor Orban

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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES - A quanto pare sarebbe stato il cancelliere federale Olaf Scholz a tirare fuori dal cappello la brillante soluzione con la quale ieri il Consiglio europeo ha deciso di aprire i negoziati d’adesione con l’Ucraina. Durante la riunione, l’uomo politico tedesco avrebbe suggerito al premier ungherese Viktor Orbán di uscire dalla sala, mentre gli altri 26 capi di Stato e di governo avrebbero preso la decisione che l’Ungheria osteggiava e, a dire il vero, osteggia tuttora.

Il compromesso

«Il tutto è avvenuto in modo pre-concordato e costruttivo», riassume un funzionario del Consiglio. Tendenzialmente il Consiglio europeo decide per consenso, ossia all’unanimità. Le sole decisioni prese alla maggioranza qualificata sono quelle relative alla nomina delle posizioni apicali. Jim Cloos è stato per oltre dieci anni, dal 2010 al 2021, un funzionario del Consiglio, direttore generale delle politiche generali e istituzionali, e come tale ha presenziato a decine di vertici.

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Astensione costruttiva

«Chiamerei la scelta di Viktor Orbán un esempio di astensione costruttiva – spiega l’ex funzionario europeo, in passato anche capo di gabinetto del presidente della Commissione europea Jacques Santer -. Ci sono stati casi in cui un paese membro ha espresso il proprio dissenso in una nota a piè di pagina delle conclusioni. Per esempio, la Polonia quando i Ventisette si sono espressi per la prima volta a favore della neutralità climatica nel 2050». Era il 2019.

La decisione del premier Orbán di lasciare la sala del Consiglio europeo non è stata, per così dire, il gesto di un gentiluomo. Più che altro, il primo ministro ungherese sa perfettamente che vi saranno altre occasioni per bloccare il processo di avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea. Anzi, probabilmente scommette che in futuro potrà forse contare sull’appoggio di altri paesi, che ieri hanno invece preferito sostenere un gesto più che altro simbolico.

A quanto pare, mai prima di ieri un leader aveva deciso di lasciare la sala per consentire al Consiglio europeo di prendere una decisione. Ciò è stato possibile anche perché si tratta di un consesso informale. Il compito dei capi di Stato e di governo è di dare indirizzi politici all’Unione europea, non di partecipare al processo legislativo, a differenza del Consiglio, vale a dire l’organismo formale nel quale siedono i ministri a seconda del loro portafoglio.

Il precedente di de Gaulle

Proprio questo aspetto mette in luce la differenza con uno storico momento nel processo di integrazione europea. Negli anni Sessanta, e più precisamente tra il 30 giugno del 1965 e il 30 gennaio del 1966, la Francia del generale Charles de Gaulle praticò la cosiddetta “politica della sedia vuota”. Decise di non partecipare alle riunioni del Consiglio, bloccando in questo il modo il processo decisionale. Parigi era contraria ai voti a maggioranza in settori quali l’agricoltura o la coesione.

La Francia del generale fu ascoltata. Il cosiddetto compromesso di Lussemburgo sancì che da quel momento in poi qualsiasi paese avrebbe potuto chiedere la decisione all’unanimità nel caso un suo “interesse vitale” fosse in gioco. Retrospettivamente, quella scelta impose una frenata al processo di integrazione, che fu arginata solo con l’Atto Unico Europeo della metà anni Ottanta, e che introdusse le scelte a maggioranza in tutte le decisioni relative al mercato unico.

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