Sbagliando si impara

La solitudine sul posto di lavoro: come riconoscerla e contrastarla

La solitudine sul posto di lavoro è un fenomeno diffuso, ma spesso sottovalutato. Cause e possibili soluzioni per promuovere la connessione tra colleghi e il benessere organizzativo

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Vi siete mai chiesti se vi sentite soli, se avvertite un senso di solitudine, quando siete al lavoro?

Mi rendo conto del fatto che potrebbe sembrare una domanda quantomeno insolita; eppure, a me è capitato di farmela. E c’è una ragione ben precisa dietro: il mio lavoro da consulente e formatore mi porta per forza di cose ad avere a che fare con tante persone, sempre diverse, in occasioni solitamente piacevoli e divertenti come potrebbero essere gli eventi aziendali, le aule di formazione, i team building e via dicendo; in tal senso, dunque, la mia risposta alla domanda di sopra, con ogni probabilità, dovrebbe essere “no”! E invece quel senso talvolta si avverte in ragione del fatto che io, comunque, mi muovo e viaggio il più delle volte da solo, non accompagnato dalle colleghe e dai colleghi.

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L’ho definito come il paradosso della solitudine: pur essendo spesso a contatto con le persone (e naturalmente si tratta di un tempo piacevole, quello trascorso con i partecipanti alle attività che svolgo) sento che il contatto e la connessione con gli altri colleghi dovrebbe essere più frequente, pena il rischio di sentirsi effettivamente un po’ soli.

Ora, tralasciando il caso personale, ho pensato davvero che la mia domanda, oltre che insolita, fosse anche un po’ oziosa. E invece mi ha molto colpito trovare in un recente numero di Harvard Business Review Italia (dicembre 2024) un ottimo articolo di Constance Noonan Hadley e Sarah L. Wright intitolato “La solitudine sul posto di lavoro” e che approfondisce una questione che evidentemente è sentita come attualissima e, in fondo, collegata a quella corrente di disagio dei lavoratori sul posto di lavoro (great resignation, quiet quitting, ecc.) che abbiamo conosciuto nell’era post pandemica.

L’articolo è estremamente interessante perché rappresenta la sintesi delle conclusioni a cui le autrici sono giunte a valle di un programma di ricerca finalizzato all’approfondimento e alla misurazione del fenomeno e all’individuazione di falsi miti e indicazioni utili per gestire questa forma di disagio fortemente impattante sulle organizzazioni. Soffermandosi in particolare sulle indicazioni utili per le organizzazioni, le autrici ne individuano 7:

- misurare la solitudine per avere contezza delle dimensioni del fenomeno (viene proposto un questionario utile in tal senso)

- inserire momenti di inattività nel flusso di lavoro per avere il tempo di dedicarsi alle relazioni

- creare una cultura della connessione come antidoto ad ambienti di lavoro spesso “tossici”

- integrare la socialità nel ritmo di lavoro ovvero rendere frequenti le occasioni di socializzazione

- mantenere semplici le attività sociali ovvero puntare non solo sulla frequenza ma anche sulla semplicità e facilità di accesso

- massimizzare la connessione in ogni modalità di lavoro senza fare distinzioni tra lavoro in presenza e lavoro da remoto

- reclutare attivamente i partecipanti ovvero non limitarsi a dei semplici inviti ad esserci ma creare le condizioni per un tasso alto di adesione alle iniziative.

A dispetto della apparentemente facile e immediata applicabilità di queste indicazioni, non è difficile constatare come mediamente le persone continuino ad avvertire questo senso di disingaggio, non appartenenza e poca fiducia nell’organizzazione. E allora viene da chiedersi: come mai, nonostante le indicazioni siano semplici, il problema resta rilevantissimo? A mio modo di vedere esistono tre fattori di contesto che probabilmente rendono l’applicazione delle indicazioni sopra citate più complessa di quanto potrebbe sembrare.

Gerarchia e ruoli – Le aziende sono e restano organizzazioni sociale con strutture, regole e ruoli ben precisi tali per cui le relazioni tra le persone si sviluppano all’ombra di queste sovrastrutture che spesso ostacolano piuttosto che favorire la connessione e l’autenticità.

Competizione vs cooperazione – Le dinamiche relazionali e professionali dentro alle organizzazioni sono fortemente caratterizzate per non dire dominate da un principio di competizione sebbene gli appelli alla cooperazione siano frequenti e costanti. L’equilibrio tra cooperazione e competizione è per definizione instabile e va governato; se la cultura della competizione prevale, più difficilmente si creeranno le condizioni per un contesto accogliente, comprensivo e di benessere e sicurezza psicologica.

Tempo – Il tempo resta il fattore critico di successo. La solitudine si esaspera se la fiducia diminuisce; ma la fiducia per crescere ha bisogno di tempo, per definizione. Ci fidiamo di più di coloro che conosciamo meglio ovvero che abbiamo avuto modo di frequentare più a lungo. Il tempo però al giorno d’oggi sembra essere una risorsa sempre più scarsa e, purtroppo, il circolo che si innesta è vizioso: meno tempo per le relazioni significa meno fiducia e meno fiducia significa più tempo da dedicare a controlli e verifiche. Ne resta quindi sempre meno.

Occorre quindi concentrarsi maggiormente sul governo di questi tre fattori: effetti collaterali delle sovrastrutture aziendali, equilibrio tra cooperazione e competizione e carenza sistematica di tempo.

*Partner di Newton S.p.A.

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