L’Iran rischia di diventare l’Alcatraz di Trump
di Giuliano Noci
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L’attenzione all’ambiente e alla sostenibilità riporta al centro il ruolo delle valutazioni immobiliari nell’erogazione del credito agricolo. A confermarlo anche l’ultima edizione delle Linee guida per la valutazione degli immobili in garanzia delle esposizioni creditizie che, pubblicate da Abi lo scorso dicembre, ripropongono in appendice un focus sugli immobili agricoli e agroindustriali. E, tra le novità, mettono in campo il concetto di property value, insistendo sulla necessità di definire il valore che una proprietà può garantire nel tempo anche in previsione degli effetti del cambiamento climatico.
«Per un’azienda agricola, conoscere il valore del proprio patrimonio permette di pianificare meglio gli investimenti sia in termini di espansione nei propri settori sia di diversificazione verso nuove opportunità», spiega Gianluca Buemi, consigliere segretario del Conaf (Consiglio dell’Ordine nazionale dei dottori agronomi e dei dottori forestali). Ma non è tutto: procedure trasparenti e standard fissati, infatti, possono aiutare gli imprenditori anche a gestire consapevolmente il rischio, stimandone l’impatto e incidendo sulla scelta degli strumenti più idonei a coprire i danni causati da eventi estremi.
A innescare questa svolta sono state, inevitabilmente, anche le banche. Che, di recente, hanno iniziato a inquadrare il settore primario sempre più come un segmento da aggredire. Al netto di linee operative chiare ma strumenti d’intervento ancora poco incisivi. «L’interesse delle banche verso il settore agricolo si è risvegliato dopo la riscoperta, da parte del sistema economico, dell’effetto propulsore delle eccellenze agroalimentari sul mercato mondiale, che generano un valore aggiunto di oltre 40 miliardi all’anno», aggiunge Luca Crema, consigliere Conaf. «Si tratta di un comparto che, storicamente, evidenzia livelli di rischio del credito bassi e che, in quanto complesso e diversificato, ha dimostrato stabilità sia in occasione di congiunture economiche sfavorevoli sia di avversità ambientali». La strada da fare, però, è ancora lunga: da un lato, come evidenzia Buemi, occorre migliorare «il dialogo tra le due parti che, purtroppo, parlano ancora una lingua diversa», dall’altro risolvere la difficoltà nella rappresentazione della redditività aziendale che, per Crema, resta un elemento necessario «per individuare il rating dell’azienda e la finanziabilità degli investimenti».
Ma il discorso non si ferma solo all’Italia. Di sostenibilità e valorizzazione delle imprese parla molto anche l’Europa che, con gli Evs 2025 (European valutation standards) di Tegova, la inquadra come un parametro imprescindibile nell’iter di valutazione. E uno standard a cui adeguarsi per non perdere competitività. In linea anche con le linee operative su criteri Esg e bilanci.
In questo scenario liquido, che punta all’equilibrio tra innovazione, conoscenza del territorio e attenzione alle norme, la figura del valutatore resta centrale. Per Donato Berloco, presidente di E-valutations e membro dell’Evsb Tegova for agricultural valutations, «occorre implementare un approccio multidisciplinare: il valutatore 2.0 deve essere glocal, creare un’adeguata sinergia tra conoscenza locale, tecnologia e standard di valutazione nazionali e internazionali». Ed è in questo solco che i dottori agronomi e forestali potrebbero fare la differenza: «Grazie alla loro formazione poliedrica, sarebbero in grado di integrare aspetti agronomici, ecologici e gestionali, migliorando qualità e precisione delle perizie».