Intervista

La sostenibilità secondo Patagonia: «Solo cambiando modo di comprare salveremo il pianeta»

Tyler LaMotte, direttore marketing per l’area Emea dell’azienda californiana, spiega la strategia per abbattere l’impatto dei consumi di moda sulla Terra: «Qualità al primo posto, estendere al massimo la vita dei prodotti, considerarci non consumatori ma custodi»

di Chiara Beghelli

Tappa del Worn Wear Tour di Patagonia, iniziativa di sensibilizzazione sulla riparabilità dei capi. Sarà ad Arco (Trento) dal 16 al 18 giugno

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Non poteva che essere Arco, in provincia di Trento, paradiso per gli arrampicatori che sfidano le sue falesie, la tappa italiana (dal 16 al 18 giugno) del Worn Wear Tour con cui Patagonia da oltre 10 anni gira il mondo per riparare i capi portati dai suoi clienti, ai quali non insegna solo l’arte della durabilità, ma propone una nuova relazione con ciò che si compra e si usa.

Tyler LaMotte, direttore marketing e prodotto per l’area Emea di Patagonia dal 2022

Il marchio, fondato nel 1973 a Ventura, California, da Yvon Chouinard (che iniziò proprio vendendo attrezzature per arrampicate), è da sempre uno dei più ambiziosi dell’intera industria dell’abbigliamento globale nella ricerca di autentica sostenibilità. Due anni fa Chouinard ha deciso di donare l’azienda al pianeta, trasferendone le proprietà a un trust che destina i profitti alla lotta contro il cambiamento climatico.

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«Molte cose stanno cambiando nell’industria, soprattutto sulla spinta di clienti sempre più informati e consapevoli – spiega Tyler LaMotte, product e marketing director per l’area Emea di Patagonia –. Ma il greenwashing è ancora decisamente prevalente. Credo tuttavia che le nuove leggi in arrivo in Europa e negli Stati Uniti saranno molto efficaci, premiando chi sta facendo un buon lavoro e costringendo all’impegno chi ancora non lo è».

Come si può conciliare il previsto aumento globale dei consumi di moda con la sostenibilità?
«Per noi i clienti non sono consumatori, ma proprietari di qualcosa. Che si tratti di una bici, di una casa o di un abito, se possiedi qualcosa te ne prendi cura, lo vorrai riparare, proverai a estendere al massimo la sua vita. È fondamentale cambiare la relazione delle persone con i prodotti. L’iperconsumismo sta distruggendo il pianeta, non c’è dubbio. Se una cosa è di qualità, può avere invece una seconda vita e a un prezzo più accessibile del nuovo. Stanno crescendo velocemente anche il noleggio e la riparazione. Di recente abbiamo aperto ad Amsterdam un pop up dove poter acquistare solo capi riparati: è durato solo un giorno, ma ci sono state centinaia di persone. Per rendere possibile tutto questo però, è indispensabile, a monte, la qualità».

Una vostra recente campagna si chiama proprio “Quality”, e punta sull’essere “fuori moda”.
«Molti nostri prodotti sono in catalogo da decenni. Certo, li rinnoviamo, nei materiali o nel processo produttivo, non nello stile: i Down Sweater ad esempio ora sono fatti con nylon da reti da pesca riciclate. Come dicevo non ci interessa la moda in quanto brand, noi facciamo prodotti per risolvere problemi, trovare soluzioni. Prodotti che vadano bene per anni, non per una singola stagione».

Patagonia è sempre stato un marchio “attivista”. Secondo il New York Times, negli ultimi due anni avete donato 71 milioni di dollari a ong e partiti. Credete che per i marchi globali, come quelli della moda, sia un dovere essere impegnati politicamente?
«Ogni business ha una voce. Credo che quando Chouinard ha deciso di donare l’azienda al pianeta, è stata un’azione per far capire che un altro modello è possibile. Nella nostra storia abbiamo sempre voluto essere catalizzatori di democrazia, promuovendo i diritti come quello al voto, e arrivando a chiudere le nostre strutture per permettere ai nostri dipendenti di andare a votare».

Come immagina i prossimi 50 anni di Patagonia?
«Non saranno certo come i 50 appena passati. La crisi ambientale è più urgente che mai e per la prima volta siamo tutti impegnati per risolverla. Questo sarà il nostro faro, per cercare di uscire dal vecchio modello di capitalismo guidato dal profitto e passare a uno guidato dalla ricerca di uno scopo più alto. Fine del consumismo, qualità al primo posto, allungare la vita dei prodotti. Sono sfide complesse, certo. Ma per tutti i prossimi 50 anni saranno anche pieni di opportunità».

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