La violenza di genere passa dalla rete
Nuovi reati difficili da individuare e denunciare: revenge porn, hate speech e stalking digitale
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I punti chiave
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Parlare di cyberviolenza, o violenza in rete, è ancora un territorio minato dalla paura di denunciare il proprio aggressore e dalla difficoltà di inquadrare dal punto di vista giuridico i reati ad essi associati. Ci sono casi in cui hate speech, revenge porn e stalking digitale non vengono considerati sufficientemente gravi per essere oggetto di denuncia. Peggio ancora se consideriamo che molte persone, nella maggior parte adolescenti, non sanno quale atto di violenza digitale può essere considerato reato e quindi punibile per legge.
La comprensione della cyberviolenza come reato
La caratteristica principale che lega gli hate speech (o discorsi d’odio) al revenge porn (condivisione non consensuale di materiale intimo), è principalmente la permanenza nel tempo. I discorsi d’odio e le foto/video resi pubblici o virali, ledono spesso in maniera irreversibile la reputazione online della vittima, con conseguenti danni d’immagine e sociali (inclusi contesti lavorativi e scolastici). Un video intimo nelle mani di un soggetto estraneo è una mina vagante dal punto di vista dell’analisi forense, e un discorso d’odio che accende le folle virtuali porta con sé pregiudizi o crimini di cui è impossibile prevedere le conseguenze.
In realtà il revenge porn, probabilmente per la sua accezione più virale e pubblica, viene associato molto di più al concetto di reato proprio perché porta con sé letteralmente la sovrastruttura della “vendetta” (revenge), e quindi di un colpevole da punire. Lo stalking, utilizzato anche nel linguaggio comune con un’accezione ironica come “scusa per lo stalking”, rischia invece di subire un processo di normalizzazione sociale dove violare lo spazio emotivo e fisico di una persona con atti persecutori diventerebbe un comportamento “strano”, o “passeggero”. Dal punto di vista normativo, sia revenge porn che stalking sono stati riconosciuti come reato nel 2009 grazie all’art 612 ter del Codice penale italiano.
Revenge Porn: un reato online che non è solo vendetta
Forse tutti sappiamo cos’è il revenge porn senza conoscerne l’etichetta anglosassone, almeno una volta nella vita abbiamo sentito parlare di foto o video intime che girano nel web senza il consenso nel soggetto protagonista. Al revenge porn, ancora prima della sua definizione semantica, viene associato il porno come “contenuto amatoriale” di un ex compagno. Questa vendetta porno si traduce in realtà come condivisione non consensuale di materiale intimo e include contenuti foto (non solo video) anche scattate in luoghi pubblici sotto le gonne e verso parti intime, materiale pedopornografico, materiale proveniente da telecamere di sicurezza e materiale soggetto a fotomontaggi (deep porn). La grande offerta di materiale corrisponde alla grande domanda principalmente attiva sui canali Telegram dove vengono aperti e chiusi gruppi di partecipanti che si scambiano foto non consensuali. Inoltre, alla diffusione di contenuti può essere associato il Doxxing, ovvero la condivisione di dati personali della vittima, avvalorando la gravità del reato.
1 vittima su 3 non sa che il revenge porn è reato
L’osservatorio permanente di Permesso Negato (associazione no-profit specializzata nel supporto alle vittime di pornografia non consensuale (Ncp) e di altre forme di violenza online) si è avvalsa del supporto di The Fool, ente specializzato nella reputazione digitale, per analizzare lo stato del revenge porn e del percepito degli italiani sul tema: il 4% degli italiani è stato vittima di Revenge Porn e quasi il 9% conosce una vittima; meno della metà dei soggetti coinvolti “conosce bene” il revenge porn (42%); 4,1% del campione è stato vittima di revenge porn con un’età media di 27 anni a maggioranza femminile. 1 vittima su 3 ritiene che il revenge porn non sia reato in Italia, dal report “Curiosamente è proprio tra le vittime di pornografia non consensuale che troviamo la quota maggiore (35%) di chi pensa che il fenomeno non costituisca un reato in Italia ma solo in altri paesi occidentali, con ciò alimentando la percentuale di soggetti che pur essendo vittime non sporgono denuncia querela e infatti solo il 50% delle vittime intervistate dichiara di aver denunciato il fatto alle autorità”.

