25 novembre

La violenza “quotidiana” è per strada

In Italia 1 donna su 2 ha paura a uscire da sola di sera, secondo i dati del rapporto Istat sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes) 2022

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Il cellulare tra le mani con il 112 già composto. Le chiavi di casa strette nel pugno. Niente auricolari. Lo spray al peperoncino pronto in borsa. Il passo svelto che solca il marciapiede più illuminato. Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano. Eppure queste sono solo alcune tra le strategie più comuni che le donne mettono in atto per sentirsi sicure tra le vie della propria città. Quello che dovrebbe essere un diritto – tornare a casa liberamente e in sicurezza - nei fatti non lo è e la percezione di pericolo delle donne invece che diminuire, aumenta.

Sicurezza delle donne in strada, i numeri

Come riportano i dati del rapporto Istat sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes) 2022, in Italia una donna su due ha paura a uscire da sola di sera. Solo il 51% delle donne italiane si sente al sicuro. Poco più della metà. Gli uomini, invece, non avvertono particolare timore: la percentuale di percezione di sicurezza in strada si alza al 70,9% e tocca il 78,4% per i ragazzi di 20-24 anni. I numeri lo dicono, le donne hanno paura e non vivono una città a loro misura: una realtà chiara e che non si arresta nel tempo.

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A Milano, ad esempio, i numeri elaborati dal Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale attestano che nel 2022 sono state denunciate 416 violenze sessuali, cui vanno aggiunti 160 episodi in provincia. Nel 2021 il totale - certificato Istat - ammontava a 477, l’anno prima a 416. Solo pochi giorni fa un altro caso tra i tanti: in piazza della Scala a Milano una 19enne è stata aggredita sessualmente da un giovane 23enne che aveva conosciuto a tarda sera in centro. Mentre l’uomo stava cercando di portarla in un appartamento, la giovane è riuscita a salvarsi usando il segnale antiviolenza. Passando davanti a un McDonald che stava chiudendo, la giovane ha chiesto di andare in bagno e in quel frangente ha incrociato la manager del locale a cui ha fatto il cosiddetto “signal for help”: 4 dita chiuse nel pugno a indicare il pericolo. La pronta comprensione dell’altra donna – che ha chiamato la Polizia – l’ha messa al sicuro. Ma la prontezza non basta.

Servono sicurezza e prevenzione perché la violenza parte dalle strade: secondo la Cornell International Survey on Street Harassment (Hollaback!) - ampia analisi condotta a livello internazionale sul tema - ben l’88% delle italiane sottopostesi al questionario ha dichiarato di aver dovuto cambiare strada per fare fronte a una molestia subita lungo il percorso. Non si tratta di casi isolati. Ma di quotidiana realtà.

Molestie da strada: la radice è culturale, la GenZ guida la battaglia

La radice del fenomeno è culturale: le molestie da strada – ovvero tutti quei commenti, gesti e contatti indesiderati, perpetrati dagli estranei in aree pubbliche, dalla connotazione sessuale più o meno esplicita - sono radicate in logiche di discriminazione, potere e controllo che hanno un nome preciso. Cultura patriarcale. La stessa che legittima la convinzione per cui le molestie da strada siano semplici apprezzamenti o scherzi innocenti e che, come afferma Holly Kearl, fondatrice della ONG Stop Street Harassment, «rende accettabile lo stupro e consente agli stupratori di farla franca».

Esercitare il potere sul corpo delle donne, oggettivandole sessualmente senza il loro consenso, si pone sullo stesso spettro della violenza che può degenerare in stupro. Oltre ai numeri, la percezione delle donne parla chiaro e, in particolare le giovani adolescenti, sono ancora più ricettive verso questo tipo molestie più subdole e meno riconoscibili di una violenza fisica. «Spesso per lavoro devo uscire di casa la sera. Per non farmi rovinare la serata da molestie ho deciso che dopo le 20 mi muovo solo in taxi. Non uso i mezzi, non vado a piedi, neanche se devo fare un chilometro, mi muovo esclusivamente in taxi», afferma Camilla Manfredini (Cherrieleader2.0) su TikTok, focalizzando l’attenzione su due problemi conseguenti alla scelta di muoversi solo con le auto bianche: «La sicurezza non può essere un privilegio. Spendo 300€ di taxi al mese: una studentessa come fa a permettersi certe cifre? Con quello che costa vivere a Milano poi. Il secondo problema è che, anche avendo la disponibilità di spendere, non ci sono abbastanza taxi. Più di una volta mi è capitato di doverlo aspettare per più di 20 minuti, in strada, da sola, pur provando a usare tutte le app a disposizione e stando al telefono col centralino».

Ai video su TikTok le giovanissime affidano non solo testimonianze e denunce, ma pure consigli di sopravvivenza - come «cosa fare quando ci si sente in pericolo» o «cosa fare per salvarsi»: dai consigli più “tecnologici”, come le chiamate di emergenza che partono con una specifica combinazione di tast, fino al messaggio automatico che avvisa un destinatario scelto prima dell’arrivo a casa. Le testimonianze sono compatte e raccontano quella che per le donne è una storia di ordinaria discriminazione e violenza: non sentirsi sicure per strada. I social, oltre che strumenti di denuncia, diventano canali di appelli pubblici: con gli hashtag #sicurezzaamilano e #milanopericolosa, le giovani lanciano una richiesta collettiva d’aiuto al comune e alle forze dell’ordine.

Lo stesso accade fuori dai confini nazionali perché la maggior parte delle vittime – il 79% – subisce catcalling quando ha meno di 17 anni: il dato, risalente al 2015, arriva dalla stessa indagine del gruppo statunitense anti-molestie Hollaback! che ha raccolto le risposte di un campione di donne italiane. Ad ascoltare le storie che continuano a diffondersi compatte, la percentuale resta attendile anche oggi. La 24enne Claire Wenrick, cittadina di New York, ha pubblicato un video su TikTok in cui si mostra mentre indossa una maglietta larga sopra il suo vestito. L’idea alla base della “Subway Shirt” (maglietta della metropolitana) è quella di mettere un’ampia t-shirt sopra qualunque outfit una donna abbia intenzione di indossare così da evitare molestie in metropolitana: una tattica per proteggersi che testimonia come, ancora oggi, sia erroneamente attribuita alle donne responsabilità di tutelarsi. Quello dell’abbigliamento, infatti, è un tema centrale oggetto di disquisizioni che, nei casi peggiori, porta alla colpevolizzazione delle vittime e alla giustificazione dei loro aggressori. «Non ho una soluzione per questo problema - racconta Soloeleonoraslife ai suoi 140mila followers - ma se ci facciamo sentire attraverso i social e ci rendiamo fastidiosi magari verremo ascoltati».

1 donna su 2 ha paura a uscire da sola: le testimonianze di Alley Oop

Generazionale, costante, pervasiva: la sensazione di insicurezza per strada è un fenomeno strutturale perché tale è la violenza da cui deriva. A dimostrarlo sono le recenti testimonianze raccolte da Alley Oop direttamente dalla sua community social: «Durante la mia adolescenza ho sempre rivendicato una certa serena incoscienza per quel che concerne tornare/girare da sola di sera o di notte, rifiutare passaggi o premure anziché ammettere di averne bisogno. – racconta Laura – Si tratta di un’altra faccia della narrazione che mi vuole debole fanciulla o forte che non deve chiedere mai. C’è voluta tanta forza per rivendicare per me il diritto ad avere paura e chiedere di avere premura».

Oggi come ieri le donne stanno rivendicando il loro diritto alla sicurezza e alla libertà perché, come racconta ad Alley Francesca, «non succede mai che io non avverta alcun tipo di pericolo. Anche facendo il tragitto metro-casa (5 minuti di strada nel quartiere che abito da quasi 30 anni) comunque il senso di allerta c’è sempre, anche se basso». La routine di autodifesa, continua, «è sempre la solita: telefono in mano, tolgo le cuffiette (o tengo la musica molto bassa) per non essere totalmente isolata, mi guardo indietro, cambio strada se sto passando per una via buia e isolata/con soli uomini. Mi è capitato di chiamare amiche per farmi compagnia, per un periodo mi sono anche fatta lo scrupolo di cosa indossare se fossi dovuta tornare a casa da sola».

La battaglia di sopravvivenza che le donne devono portare avanti quotidianamente come fosse “normale” è già una forma di violenza: «Soffro a dover abbassare il mio sguardo perché ho paura – scrive Irene – e dopo soffro il senso di colpa e la sensazione di non aver avuto coraggio». Le fa eco Arianna: «non riesco ad avere coraggio se sono sola per strada. Accelero, anche coi tacchi, cerco di camminare velocemente. Mai cuffie. Fingo di registrare note vocali ad alta voce, comunicando il punto esatto in cui mi trovo. Istintivamente mi fa sentire più protetta. Eppure tante persone provano a sminuire questa paura e, soprattutto, questo istinto che purtroppo in noi donne è ormai introiettato per autodifesa».

Un atteggiamento, quello di minimizzare il pericolo percepito dalle donne, che ricorre in ogni testimonianza e assume, in relazione al catcalling, un nome preciso: “laissez faire”, ovvero la tendenza a sminuire e ridurre questa forma di violenza a semplici apprezzamenti, etichettando come “problematiche” o “pazze” quelle donne che non riescono ad “apprezzare i complimenti”. La pagina instagram sonosolocomplimenti ne raccoglie centinaia dimostrando che, anche quando il confine del consenso è chiaramente delineato, è difficile sottrarsi alle molestie per strada che vengono perpetrate comunque.

Progressivamente gli ordinamenti giuridici stanno intervenendo per arginare il fenomeno delle molestie da strada. Dal 2018 in Francia, ad esempio, viene applicata una pena pecuniaria fino a 750 o 3000 euro, a seconda della gravità. In Italia c’è un vuoto normativo sul tema che, invece, l’attivismo pubblico rivendica: a Torino un collettivo promosso da tre studentesse sollecita, attraverso i profili Facebook e Instagram Catcalls of Turin, la condivisione dei messaggi di denuncia riguardanti le molestie subite per strada così da portarle allo scoperto in modo chiaro e diretto riscrivendole con gesso colorato e caratteri cubitali proprio nei luoghi in cui si sono verificate.

Una sperimentazione audace e necessaria perché, sebbene le donne continuino a sentirsi in pericolo per strada, come afferma Diletta ad Alley «le molestie sono ancora considerate cose che qualcuno vedrà come la normalità perché viste come tali dalla società. Ma se non è paura questa, cosa lo è? Il primo step è chiamarla col giusto nome”. E allora nominare per fare esistere: la paura che le donne provano per strada è violenza. Non solo il 25 novembre ma esattamente tutti i giorni. Perché tutti i giorni le donne attraversano le strade e, tutti i giorni, sono in potenziale pericolo.


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