Le interazioni personali sono una questione (anche) di linguaggio
La rabbia spesso è la punta di un iceberg, un diversivo che nasconde o elude momentaneamente le emozioni e i bisogni più profondi della persona
di Veronica Giovale *
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Tra le parole maggiormente rilevanti del 2021 c’è la rabbia. Un’emozione indisciplinata che, quando si prova, infiamma tutto il corpo. Possiamo subire la nostra rabbia oppure esprimerla in modi diversi. Una domanda importante che abbiamo bisogno di porci, quando la rabbia scoppia improvvisamente, è “da dove proviene questa intensa emozione?”. La rabbia spesso è la punta di un iceberg, nel senso che diventa un diversivo che nasconde o elude momentaneamente delle emozioni e dei bisogni più profondi che la persona non riesce a riconoscere, accettare e quindi a esprimere nelle relazioni e nei contesti con cui sta interagendo.
Le interazioni tra le persone avvengono anche tramite il linguaggio e, spesso, le espressioni che utilizziamo sono modalità che abbiamo acquisito, più o meno consapevolmente, che ci permettono di creare ponti con le persone o muri insormontabili. Il linguaggio che utilizziamo e il significato delle parole che pronunciamo si legano anche alla cultura di riferimento. Mi vengono quindi in mente le diverse storie di persone che ho ascoltato in questi anni all’interno delle aziende che, con grande coraggio, hanno deciso di raccontarsi come esseri umani prima ancora che come ruoli all’interno delle stesse. Queste storie sono state condivise durante focus group che hanno preceduto dei progetti di inclusione. Le storie di Francesco e Anna ci aiutano meglio a comprendere di cosa stiamo parlando.
Francesco ha 50 anni, è un manager che da poco tempo ha scoperto di avere la SLA. Non ha ancora avuto il coraggio di dirlo all’interno della sua azienda, anche perché gli viene assegnato un progetto strategico. Tra le varie paure che lo angosciano c’è anche quella di un rallentamento della sua carriera se comunica di avere la SLA. Il suo comportamento all’interno dell’azienda inevitabilmente cambia. Non accetta più riunioni fissate dopo le 19.00 di sera, non risponde più alle mail immediatamente, chiede permessi per le visite mediche e per riposare maggiormente quando il dolore improvviso lo costringe a rimanere a letto.
Anche se le performance rimangono, per il momento, costanti, le persone iniziano a comunicargli, anche attraverso il linguaggio, che hanno registrato il cambiamento di Francesco: “stanchino eh…”, “sei diventato un fancazzista”, “predichi bene e razzoli male, oggi fai part-time vedo”, “boss, ti vedo un po’ stanchino…inizi anche tu a perdere colpi”, “cosa è successo Fra, hai giocato a tennis ieri e ti è andata male? Hai bisogno della carrozzina?” e così via…
Anna è una donna di 36 anni, lesbica, con una compagna. Il prossimo anno si sposerà e ha il desiderio di diventare madre. Il suo “coming out”, o più precisamente, il “coming out of the closet”, che letteralmente significa uscire allo scoperto, è avvenuto in tempi piuttosto recenti, grazie a una consapevolezza maggiore maturata sia a livello personale sia da parte dell’azienda per la quale attualmente lavora.


