Le vendite di prosciutto Dop lasciano spazio al low cost
Il crudo «nazionale», ossia quello senza bollini prodotto in Italia con cosce suine perlopiù d’importazione, è il re delle vaschette: ne sono state vendute 84,5 milioni di confezioni (otto volte i Dop)
di Manuela Soressi
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L’Italia è la patria del prosciutto crudo, il salume al taglio con il maggior numero di acquirenti (15,8 milioni di famiglie, secondo Gfk Italy) e di cui deteniamo il record per denominazioni registrate nella Ue, con otto Dop e tre Igp. Un patrimonio di eccellenze di cui gli italiani vanno fieri. Però, quando devono mettere mano al portafoglio, a questi prodotti blasonati preferiscono spesso il crudo “nazionale”, ossia quello privo di bollini Ue realizzato in Italia con cosce suine perlopiù d’importazione.
Il crudo nazionale è il re delle vaschette: nell’ultimo anno ne sono state vendute 84,5 milioni di confezioni, ossia otto volte di più di quelle dei prosciutti Dop. E ha resistito anche alla spending review attuata dai consumatori: in 12 mesi ha perso solo il 3% dei volumi (contro il -11% dei Dop), avvantaggiato da un prezzo inferiore ai 30 euro/kg contro i 50 euro /kg dei Dop (fonte NielsenIQ).
Anche nel banco salumeria, tradizionale caposaldo dei prosciutti Dop e Igp (il Parma vi realizza il 90% delle vendite), lo scenario sta cambiando. Il 72% di chi acquista prosciutto crudo al taglio compra quello nazionale contro il 56% che sceglie il Parma e il 46% che va sul San Daniele. Ma ci sono anche 3,8 milioni di famiglie che acquistano il Norcia Igp, 2,7 milioni il Toscano Dop e altre 3 milioni di famiglie che si dividono tra il Modena Dop e il Veneto Dop.
«I consumatori acquistano in media 2,4 tipi di prosciutti crudi – spiega Marco Pellizzoni di GfK Italy – e quindi è fondamentale che i banchi assistiti ne propongano un’ampia varietà». Un elemento diventato ancora più rilevante da quando i consumatori sono tornati a preferire il prodotto al taglio perché più conveniente di quello in vaschetta (il cui prezzo medio è aumentato del 7% solo nell’ultimo anno). «Il preaffettato è diventato molto più costoso, perché i prezzi sono aumentati e le promozioni sono diminuite», spiega un analista di mercato.
Prosciutto di Parma Dop
Ed è proprio il fattore prezzo a creare oggi le maggiori criticità, arrivando persino a mettere a rischio la tenuta del sistema delle denominazioni d’origine. «Prevediamo di chiudere il 2023 con un calo del 5-6% delle vendite in volume e con una produzione inferiore del 4% a quella del 2022», spiega Paolo Tramelli, marketing manager del Consorzio del Prosciutto di Parma, che quest’anno si attesterà a 7,3 milioni di cosce. «Siamo in un momento molto delicato. L’alto costo delle cosce fresche sta creando problemi di rifinanziamento della produzione, soprattutto per i trasformatori». A rischio c’è una filiera da 850 milioni di euro alla produzione (1,7 miliardi al consumo), con 133 aziende che rispetto al 2019 hanno rinunciato a 1,7 milioni di prosciutti, mettendo così in discussione la vocazione alla Dop del distretto parmense.

