La guerra dei trent’anni tra magistrati e politica
Dalla storia alla cronaca: passa il tempo, ma le riforme fatte o in cantiere hanno spesso il medesimo oggetto, Csm, toghe in politica, trasparenza
di Giovanni Negri
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Trent’anni da Mani Pulite. Trent’anni di riforme, almeno sedicenti, della giustizia. O, per altri, di controriforme. Dove però almeno bisognerebbe intendersi su cosa includere nella discussione. Perché, dal 1992 sino a questo inizio di 2022, pochi temi sono stati così divisivi nel Paese, tra le forze politiche e tra queste e la magistratura, come i progetti e gli interventi in materia di giustizia. La stagione delle grandi inchieste, oltre a rendere evidenti punti di tensione in realtà datati nel tempo, come il rapporto tra imprese e politica, quasi sistematico nel fare coesistere forme di corruzione come modalità di finanziamento dei partiti oltre che personale, ha condotto a ripensare peso e ruolo della magistratura nell’Italia della Prima Repubblica.
Le immagini della memoria
Di questa tensione restano nella memoria, sin dal 1992-94, alcune immagini a cristalizzare momenti chiave (Bettino Craxi bersagliato di monetine dopo il no del Parlamento all’autorizzazione a procedere, il pool di Mani Pulite compatto in televisione a chiedere il ritiro del Decreto Biondi che cancellava la custodia cautelare per i principali reati contro la pubblica amministrazione). E poi le leggi ad personam, dalle rigidità sulle rogatorie alla riscrittura dei termini di prescrizione, passando per la depenalizzazione del falso in bilancio e la nuova disciplina della ricusazione del giudice, già significative di un uso “di parte” delle norme penali, peraltro quando possibile disinnescate negli effetti più deleteri dagli stessi magistrati nella fase applicativa, ma anche, ricorrente barometro delle turbolenze nei rapporti tra politica e magistratura, l’ordinamento giudiziario e il funzionamento del Csm.
Dalla storia alla cronaca
E qui veramente la storia, sia pure recente, si fa cronaca, perché se già il Silvio Berlusconi premier mise mano sia all’uno sia all’altro, in questi giorni, e per le prossime settimane, questi temi, oltre che essere centrali nella cosiddetta “agenda Mattarella”, assorbiranno buona parte di quella parlamentare. Allora, era il 2002, venne messo in cantiere un intervento poi perfezionato solo nel 2005 dopo un accidentato percorso in Parlamento, influenzato da ultimo anche dall’intervento dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che ne mise in luce i profili, poi corretti, di incostituzionalità.
Corsi e ricorsi sul Csm
La riforma Castelli accentuava l’organizzazione gerarchica delle Procure, avviava un percorso di separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri, allargava l’azione disciplinare. Anche allora le modifiche all’ordinamento giudiziario vennero accompagnate da una nuova legge elettorale per il Csm e anche allora con l’intenzione di evitare il condizionamento dei gruppi organizzati della magistratura nella selezione dei candidati, istituendo un collegio unico nazionale. Approvata nel 2005, già minacciata da referendum, la riforma Castelli venne prima sospesa e poi rivista dal precario Governo Prodi bis retto da una maggioranza che proprio su un’indagine a carico dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella si sfasciò.
Cartabia in campo, stop alle porte girevoli
Oggi la riforma Cartabia, da pochi giorni approvata dal Consiglio dei ministri, per certi versi si trova a fare i conti con gli stessi problemi: l’influenza delle correnti nella determinazione dei consiglieri, la trasparenza delle scelte sui capi degli uffici giudiziari, le valutazioni di professionalità. A questo si aggiunge un sistema elettorale che rinnega il collegio unico, puntando su collegi binominali, cancella il minimo di firme a sostegno delle candidature per farne emergere di autonome, svaluta il criterio dell’anzianità nella scelta dei vertici degli uffici, favorendone anche l’esame in via cronologica, man mano che si verificano le scoperture.
