Manovra in deficit, perché la Francia può «sforare» e l’Italia no
di Riccardo Sorrentino
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Perché la Francia può “sforare” e l’Italia no? È una domanda sbagliata, ma naturale - nel dibattito politico italiano - ora che il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto misure aggiuntive per 10 miliardi di euro allo scopo di pacificare il paese dopo le proteste dei Gilet jaunes, con il rischio - in assenza di misure correttive - di portare il deficit al 3,4%, e quindi sopra la soglia del 3% - ottenendo una sorta di via libera dal commissario Ue per gli Affari economici e monetari, il francese Pierre Moscovici - mentre l’Italia fa fatica a far accettare il suo 2,4%.
Due casi molto diversi
È però una domanda sbagliata, almeno in parte. Per due motivi: perché la Commissione ha già censurato la Francia per il vecchio budget, e tornerà con tutta probabilità a farlo nel prossimo esame previsto a maggio e dopo che il nuovo documento sarà formalizzato con tutti i numeri, e le eventuali misure correttive, resi espliciti. Poi perché il caso francese e quello italiano si differenziano, finora almeno, su un punto fondamentale: Parigi va nella direzione giusta, ma in misura non sufficiente; Roma invece va in una direzione opposta rispetto agli impegni.
Il doppio deficit francese
Il dibattito si concentra molto sul deficit complessivo. La Francia ha presentato - prima delle nuove iniziative - un budget 2019 con un deficit dell’1,9%, in calo dal 2,4% del 2018 e in linea con l’obiettivo di azzerare il disavanzo entro il 2022: nel 2020 si impegna infatti a centrare un ambizioso 1,4%. L’anno prossimo, però, la Francia cancella un credito di imposta, il Cice, Crédit d’impôt pour la compétitivité et l’emploi, trasformato in uno sgravio fiscale. Nel 2019, e solo nel 2019, il governo dovrà restituire il credito maturato nel 2018 (e già iscritto nei bilanci delle imprese), e nello stesso tempo assorbire il mancato versamento delle imposte “sgravate”. Il deficit complessivo sale quindi al 2,8%.
Il rischio di «sforare»
Le misure annunciate da Macron dovrebbero pesare, in assenza di correttivi, per 0,6 punti percentuali . Il deficit complessivo dovrebbe quindi salire al 3,4% mentre il disavanzo senza misure straordinarie - quelle a cui fa riferimento Moscovici per “giustificare” la Francia - dovrebbe portarsi al 2,5% (e comunque scendere all’1,4% nel 2020). Possibile che la commissione non dica nulla su tutto questo? No, anche perché il budget francese è stato già oggetto del consueto scambio di lettere - quelle di Bruxelles firmate dall’italiano Marco Buti, responsabile del direttorato Affari economici e finanziari - con una valutazione finale non certo lusinghiera.
Le obiezioni di Bruxelles a Parigi
Il bilancio - spiegava la commissione - «è a rischio di non-compliance»: «La Commissione invita le autorità a prendere le necessarie misure, nel processo di formulazione del budget, per assicurare che il bilancio 2019 sia compatibile con il Patto di crescita e stabilità e usi i benefici non preventivati per accelerare la riduzione del rapporto tra il debito pubblico e il Pil». Il punto è che il documento di Parigi non fornisce «informazioni sufficienti» per valutare l’andamento del debito.

