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Michigan, nelle primarie democratiche la protesta contro la guerra a Gaza

Decine di migliaia di elettori nel cruciale stato del Midwest non votano Biden in risposta al suo sostegno a Israele. Tra i repubblicani Trump batte Haley

di Marco Valsania

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Un netto successo, ma tra segni di disagio. Per Joe Biden il verdetto delle primarie del Michigan, grande stato del midwest industriale che promette di essere cruciale nelle elezioni presidenziali di novembre, conferma la sua più che probabile nomination da parte del partito democratico a correre per un secondo mandato alla Casa Bianca. Ma allo stesso tempo evidenzia le difficoltà che potrebbe incontrare nel mobilitare una coalizione vincente, davanti alle scosse politiche provocate dal dramma del conflitto a Gaza.

Un voto su Gaza

Biden ha conquistato le primarie democratiche, dove era il solo candidato di peso, con l’80% dei consensi. Oltre il 13% degli elettori, già decine di migliaia con il 55% delle schede scrutinate, hanno però apposto il voto sulla casella “uncommitted”. Vale a dire sulla scelta di protesta promossa dalla campagna Listen to Michigan, animata da esponenti della comunità palestinese, araba e musulmana, per inviare un messaggio contro la politica americana su Gaza e Israele e a favore di un cessate il fuoco permanente.

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Dearborn, capitale della protesta

Il Michigan ha la più grande popolazione di origine araba negli Stati Uniti, circa 300.000 residenti. Nella città di Dearborn, cuore della comunità che rappresenta metà dei 110.000 abitanti , gli uncommitted sono stati il 75 per cento. La protesta ha tuttavia trovato eco anche presso l’elettorato giovane, progressista e afroamericano del partito, che chiede a Biden di fare molto di più per fermare la guerra di Israele nel territorio palestinese, che ha mietuto circa 30.000 vittime, scatenata dopo l’eccidio perpetrato da Hamas in Israele il 7 ottobre.

L’allarme tra i democratici

Se si tratta di un bacino di voti che difficilmente passerà al probabile candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump, un deficit di entusiasmo che tenga questo elettorato anche solo lontano dalle urne potrebbe costare caro ai democratici. I giovani su scala nazionale nei sondaggi erano già freddi su Biden prima del dramma israelo-palestinese, dopo che avevano votato per lui con ben venti punti di vantaggi su Trump nel 2020.

Dissenso anche tra i giovani

“Non è solo la comunità arabo-americana e musulmana, sono i giovani che vogliono essere ascoltati e esprimono preoccupazioni”, ha detto la deputata del Michigan Debbie Dingell, sostenitrice del Presidente. Nei giorni scorsi, il deputato californiano Ro Khanna, a sua volta vicino a Biden, ha ammonito che perderà lo stato a novembre “se manterrà una politica di status quo”, vale a dire se l’amministrazione non cambierà l’attuale politica di sostegno al governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Alcuni osservatori hanno sottolineato che non a caso Biden alla vigilia delle primarie aveva anticipato come forse imminente un nuovo accordo di cessate il fuoco a Gaza. Anche se nella sua dichiarazione di ringraziamento agli elettori per la vittoria alle primarie del Michigan, non ha menzionato il voto di protesta.

L’opzione uncommitted

Il voto “uncommitted”, opzione da anni presente sulle schede delle primarie del Michigan, ha superato rapidamente la soglia simbolica dei 10.000 voti annunciata dalla campagna alla vigilia. A spoglio ancora in corso, con oltre il 40% delle schede contate, era già oltre quota 50.000, avviato forse verso i centomila a conti fatti. Diecimila, o meglio undicimila, voti era stato il margine di vittoria di Trump su Hillary Clinton nel 2016. Biden aveva poi strappato il Michigan a Trump nel 2020 con un vantaggio di circa 150.00 voti. Abitualmente la media degli uncommitted è di ventimila voti. Nel 2008 furono il 40% (238.000 voti) ma perché altri candidati tra i quali Barack Obama erano rimasti escluso dalle schede, lasciando Hillary Clinton candidata in Michigan.

DEARBORN, MICHIGAN - Kevin Dietsch/Getty Images/AFP (Photo by Kevin Dietsch / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP)

Trump vince di nuovo tra i repubblicani

Trump, da parte sua, in Michigan ha vinto le primarie repubblicane, il sesto successo consecutivo, con circa il 68% dei consensi e schiacciando la rivale interna Nikki Haley che ha ricevuto circa il 26 per cento. Un successo indiscusso e che però a sua volta ha continuato a evidenziare come una fetta non insignificante degli stessi elettori conservatori lo veda con scetticismo. Haley fa presa sulle correnti più moderate e internazionaliste del partito, che se minoritarie nella base dominata dal carisma populista e isolazionista dell’ex Presidente, potrebbero essere essenziali nelle elezioni generali di novembre. L’ascesa dei movimenti pro-Trump e estremisti di destra in Michigan ha anche spaccato il partito locale, tanto che per la nomina di gran parte dei delegati alla Convention nazionale estiva (le primarie di ieri hanno deciso solo una minoranza dei delegati) sono state organizzate due separate assemblee di militanti nei prossimi giorni.

Haley resiste

Haley oltretutto ha ottenuto il suo risultato pur facendo pochissima campagna in Michigan. Adesso si prepara a rimanere in gara, almeno fino al prossimo test nel Super Martedì del 5 marzo quando molti grandi stati andranno al voto, alzando il tiro delle critiche a Trump che dipinge come ineleggibile.


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