Millennials e Gen Z post-pandemia: parola d’ordine flessibilità e inclusione
L’emergenza ha confermato come sia possibile sfruttare la tecnologia per svolgere da remoto molte attività svolte in passato solo in presenza
di Gianni Rusconi
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Come lavoreremo nei mesi e negli anni a venire? Come cambieranno gli spazi e come si rimodelleranno organizzazioni e processi operativi? Non c’è una risposta univoca e soprattutto definitiva a questa domanda. Ma c’è un modello a cui molte aziende su scala globale stanno tendendo e che risponde a un termine con il quale stiamo familiarizzando ogni giorno di più: ibrido. L’alternanza di interazione fisica e virtuale, la fiducia nelle persone, la definizione degli obiettivi e la gestione dell’equilibrio quotidiano con cui definire il luogo e le modalità di svolgimento della professione (tenuto conto del ruolo ricoperto, delle dinamiche di team e delle esigenze personali dei singoli) sono i cardini del “new normal” in ambito lavorativo e le fondamenta di una trasformazione che interessa soprattutto i più giovani.
Come emerge dall’ultima edizione della Deloitte Global 2021 Millennial and Gen Z Survey, i nativi digitali si aspettano oggi, e più che in passato, di poter lavorare anche da remoto o, almeno, con una formula ibrida e flessibile. Per i ragazzi della generazione Millennial (i nati fra il 1983 e il 1994) e della generazione Z (fra il 1995 e il 2003) lo smart working sarà qualcosa di normale e lo prova il fatto che circa un quarto di questa popolazione lavorativa vorrebbe lavorare in ufficio “da poco a molto meno spesso”. Per contro, una buona fetta vede di buon occhio il fatto di poter tornare anche in ufficio, a condizione però che l’ambiente di lavoro sia sicuro e che sia posta più attenzione al tema della salute mentale dei dipendenti (più di due terzi dei Millennial italiani che riferiscono di essere più stressati a causa della pandemia non hanno parlato ai propri datori di lavoro del loro problema e non hanno ricevuto supporto in tal senso).
Se oggi la trasformazione dei luoghi di lavoro con l’adozione dei digital workplace è diventata una priorità, è indubbio che la tematica fosse già “calda” anche prima della pandemia. Il management ha quindi sottovalutato questa esigenza di cambiamento? Secondo Stefania Papa, People & Purpose Leader di Deloitte Italia, “l'esigenza di ripensare spazi e processi in un’ottica di maggiore flessibilità era già emersa, ma la pandemia ha certamente accelerato riflessioni e progetti già avviati. Il futuro del lavoro va ridisegnato tenendo conto delle nuove esigenze e di quelle di Millennial e GenZ in particolare, allineandosi al grande cambio culturale in atto e capitalizzando l’esperienza acquisita in questi mesi, che ci ha confermato come sia possibile sfruttare la tecnologia per svolgere da remoto molte attività svolte in passato solo in presenza”.
Il processo di evoluzione dei modelli di relazione fra i C-Level e i propri team va però di pari passo con uno “switch” della cultura aziendale e dell’approccio nella gestione delle risorse, che dovrà necessariamente essere improntato a un equilibrio tra il benessere del singolo e la capacità di portare a termine i compiti assegnati lavorando per obiettivi. Mancando questi requisiti, difficilmente si raggiungerà l’obiettivo di una maggiore soddisfazione dei dipendenti e di una maggiore produttività.
“In questa nuova fase - osserva in proposito la manager di Deloitte - serve una forte responsabilizzazione delle aziende, e le organizzazioni che condivideranno la vision con le proprie persone e terranno conto delle loro esigenze si distingueranno positivamente”. Un assunto che trova fondamento in altre due dati emersi dalla ricerca, secondo cui il 38% dei Millennial e il 45% della GenZ in Italia ha già effettuato scelte lavorative sulla base dei propri valori e ideali, abbandonando o evitando realtà lavorative non in linea con la propria etica o con una cultura aziendale non condivisa.

