Investimenti proibiti

Mine antiuomo, gli ostacoli politici per una black list uffciale

Si è aperto il confronto sulla legge 220 del 2021 che vieta il finanziamento delle aziende produttrici di mine e bombe a grappolo. Il ruolo delle authority

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Una black list ufficiale delle aziende che producono e vendono mine antiuomo e bombe a grappolo. È quanto chiedono alcune società di gestione nell’ambito del dibattito che si è aperto sulla legge 220 del 2021. Provvedimento che ha portato in applicazione due convenzioni internazionali, quelle di Ottawa (1997) e di Oslo (2008); trattati che mettono al bando questo tipo di armi non convenzionali. La lista ufficiale, secondo alcuni intermediari finanziari, dovrebbe essere messa a punto dalle authority che hanno dato le istruzioni di applicazione della legge (Bankitalia, Ivass e Covip). È una strada praticabile?

«A mio avviso, le authority non potranno mai fornire una black list ufficiale. Non sarebbe più una questione legislativa ma politica. Immaginiamo le reazioni di Paesi come gli Usa o Israele davanti a una lista ufficiale italiana sulle aziende da escludere dai finanziamenti?»: a porre l’interrogativo è Claudio Kofler, amministratore delegato della società di consulenza Nummus che in Italia ha pubblicato la prima black list pubblica, aggiornata ogni mese, delle aziende che producono, vendono e trasportano mine antiuomo e bombe a grappolo.

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Il caso Lockheed Martin

A creare più di un grattacapo, soprattutto per chi investe in indici finanziari, è la presenza nella black list di Nummus di Lockheed Martin, una delle aziende d’armi più importanti degli Stati Uniti. «Lockheed ci ha contattato per capire le motivazioni che ci hanno spinto a introdurli nella nostra lista – spiega Kofler –. Abbiamo avviato così un dialogo con l’obiettivo di ricevere ulteriori informazioni utili al nostro monitoraggio. Siamo in attesa di una loro risposta e ad oggi la società rimane nella lista».

Ma come si fanno queste liste?

C’è black list e black list. E qui entra in campo la metodologia differente di Nummus, società che fa capo alla Cei e alle diocesi di Milano e Trento. «A differenza di alcuni infoprovider, la nostra analisi si estende oltre la documentazione ufficiale delle aziende, includendo fonti non istituzionali accuratamente verificate – evidenzia Kofler –. Ad esempio, se dai documenti ufficiali di un’azienda emerge un coinvolgimento in mine antiuomo o munizioni a grappolo, tale evidenza risulta inequivocabile e viene segnalata dall’infoprovider. Tuttavia, il nostro approccio prevede l’inclusione nella black list anche di aziende il cui coinvolgimento in queste attività controverse sia rilevato attraverso fonti non ufficiali, purché appunto rigorosamente verificate».

Come si muovono gli investitori

C’è poi chi non si limita a usare la lista pubblica ma incrocia più fonti. Sono gli investitori istituzionali come i fondi pensione che hanno mezzi e uomini per fare tale lavoro.

Fra i più attenti c’è Espero, il fondo pensione della scuola italiana. «Facciamo un controllo ex ante ed ex post – sottolinea Francesco Moretti, direttore generale di Espero –. In prima battuta inviamo ai gestori del nostro patrimonio una lista di aziende in cui non devono investire e poi, ex post, assieme alla nostra banca depositaria Bff, verifichiamo che tali criteri siano stati applicati. Abbiamo deciso di incrociare anche i dati di Nummus con la nostra black list. Da notare, però, che l’investimento in aziende di armi non convenzionali è vietato dalla legge. Per altre società siamo noi che applichiamo criteri Esg così da porre un filtro all’investimento».

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