SCOPRI DI PIÙ / Così in Spagna Sanchez e governa
Il rebus politico
«Non c’è alternativa. O governa il Psoe o governa il Psoe. La prossima settimana - ha spiegato il leader socialista che fino a qui ha atteso senza fretta che parlassero gli altri - avvierò un giro di colloqui con i tre principali partiti che possono appoggiare i bloccare la creazione del nostro esecutivo». La trattativa si preannuncia non facile. I Popolari hanno già fatto sapere di non essere disposti a facilitare il lavoro ai Socialisti, nemmeno con l’astensione. La stessa chiusura (con l’aggiunta di veti nei confronti della sinistra anticapitalista e dei partiti nazionalisti catalani) è venuta da Ciudadanos, il movimento di centro che i mercati finanziari considerano il partner ideale per un governo affidabile. Mentre Pablo Iglesias, il leader di Podemos che sarà il primo a incontrare Sanchez martedì prossimo, insiste perché si realizzi una coalizione di governo nella quale trovino spazi anche ministri del suo movimento. A complicare i piani dei Socialisti c’è inoltre sempre la questione catalana: gli indipendentisti di Barcellona sono rimasti per ora fuori dai giochi ma i loro 22 deputati (compresi quelli ancora in carcere e sotto processo per ribellione) potrebbero rivelarsi indispensabili per arrivare alla Moncloa.
Verso una coalizione di sinistra?
«Sanchez è stato l’unico leader a proporre, durante la campagna, una mediazione e una possibile via d’uscita al rebus catalano. E alla luce dei risultati elettorali, possiamo affermare che la maggior parte degli elettori sembra volere la pace e la stabilità. Eppure i numeri e gli scontri personali tra i diversi capi di partito stanno ostacolando la nascita di un governo stabile e la prosecuzione di una legislatura produttiva», dice Alfredo Pastor, influente economista della Iese Business School, impegnato negli anni Novanta nel governo con i Socialisti, in passato nel board della Banca di Spagna e referente per la Banca mondiale nel Paese iberico. «Se si esclude la questione catalana, le differenze tra i grandi partiti sono abbastanza negoziabili, tuttavia - aggiunge Pastor - né Ciudadanos né i Popolari hanno mostrato l’intenzione di scendere a compromessi. Una coalizione di sinistra che includa anche la Sinistra repubblicana catalana potrebbe trovare un terreno comune nel breve periodo e ammorbidire il conflitto tra Madrid e Barcellona. Ma avrebbe i numeri per governare in modo stabile e fare le riforme per modernizzare l’economia spagnola? Anche se Sanchez ha in mano il gioco, nessuno sembra incline a rendergli la vita facile».
Pedro Sanchez centrale nei negoziati europei
Sanchez sta diventando più forte in Europa: l’altra sera ha partecipato al vertice a sei di Bruxelles per facilitare il rinnovamento dei vertici delle istituzioni europee. Ed è sempre di più un riferimento per tutta l’area socialista continentale, per come ha saputo prevalere nella battaglia interna al partito e rilanciare il Psoe. Dentro i confini nazionali la lunga fase di espansione gli assicura consenso e credibilità. «L’anno è iniziato con una crescita più sostenuta di quanto avessimo previsto e ci sono segni anche nel secondo trimestre che indicano come l’economia stia ancora mantenendo un ritmo notevole», ha detto Oscar Arce, direttore generale dell’istituto centrale spagnolo: quest’anno dovrebbe chiudersi con un incremento del Pil pari al 2,4% (contro il 2,2% previsto lo scorso marzo), inferiore al dato del 2018 ma superiore a quello di tutte le altre grandi economie europee. «Nel 2020 e nel 2021 la crescita sarà invece dell’1,9% e dell’1,7 per cento, nonostante Brexit», ha affermato ancora Arce sottolineando i potenziali rischi legati «alla Brexit senza accordo, alle tensioni sul commercio internazionale e alle incertezze sulle politiche di bilancio del governo italiano».
Il Pil spagnolo corre e la disoccupazione scende (anche se resta molto alta, sopra il 13%) per il «lungo e duro percorso» fatto negli ultimi dieci anni, come ha riconosciuto la Commissione Ue: per Bruxelles il deficit quest’anno dovrebbe scendere al 2,3% e il debito al 96,3% del Pil. La Spagna sta sfruttando in pieno il lavoro fatto dai precedenti governi conservatori ma è Sanchez oggi a rappresentare la svolta. È lui ad avere la mossa di vantaggio. E tocca a lui la responsabilità di trovare un accordo per dare un governo alla Spagna. Non sarà facile, anche se potrà contare sul Pil e sull’Europa.