I più ricchi del mondo

Mumbai scavalca Pechino e diventa la città asiatica con più miliardari

Un nuovo ranking globale dei super ricchi fotografa il boom indiano e rafforza il sospetto che stia premiando le imprese in grande sintonia con la politica

di Marco Masciaga

Il miliardario indiano Gautam Adani - Reuters

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I punti chiave

  • Sul podio davanti alla megalopoli indiana ci sono solo New York e Londra
  • New Delhi entra nella top ten al decimo posto, crolla la Cina
  • Nel 2023 solo gli Stati Uniti hanno creato più nuovi miliardari dell’India

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Dal nostro corrispondente - NEW DELHI

L’Asia ha una nuova capitale dei miliardari. È la megalopoli indiana di Mumbai che, in base all’ultima edizione della Hurun Global Rich List, ha scavalcato Pechino per diventare il terzo centro mondiale per numero di super ricchi dietro New York e Londra. Due città che peraltro – a differenza di Mumbai – offrono il tipo di servizi e stile di vita ambiti da chi, una volta accumulate grandi ricchezze in Paese magari instabili e talvolta pericolosi, è in cerca di un luogo sicuro dove “parcheggiare” la propria fortuna.

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La classifica di quest’anno, a conferma delle trasformazioni in atto nella quinta economia del pianeta, ha anche visto per la prima volta l’ingresso nella top ten, di una seconda città indiana dopo Mumbai: New Delhi. Le capitali finanziaria e politica dell’India hanno tra i propri residenti rispettivamente 92 e 57 miliardari e, oltre a occupare il terzo e nono posto assoluto, sono prima e seconda nel ranking dei nouveau riche (très riche, a dire il vero). Rispetto a un anno fa, a Mumbai vivono 26 miliardari in più, a Delhi 18, più altre decine nel resto del Paese.

Un fenomeno, quello della creazione di grandi fortune, che in questo momento in India è secondo solo agli Stati Uniti. Primato negativo per la Cina invece che oggi ne conta 155 in meno rispetto a un anno fa (ma resta il Paese che ha di più: 814). Nella classifica generale il secondo posto va agli Usa (800) e il terzo, a grande distanza, all’India (271).

Scorrendo l’elenco dei dieci uomini più ricchi della Terra saltano all’occhio le specificità dei diversi Paesi. Degli otto americani, sette ( Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Steve Ballmer, Bill Gates e Larry Page) hanno fatto fortuna con società che operano nel software, i social e la tecnologia, e uno (Warren Buffett) scegliendo meglio di chiunque altro, nell’arco di decenni, in quali società investire. Nelle due posizioni restanti ci sono il re francese del lusso (Bernard Arnault) e l’uomo più ricco dell’Asia, Mukesh Ambani, a capo della conglomerata indiana Reliance Industries.

La certificazione dell’impennata nel numero di miliardari tra Delhi e Mumbai – che giunge a pochi giorni dalla pubblicazione di una ricerca sul progressivo allargamento della forbice delle disuguaglianze nel Paese asiatico, fino a superare i primati del colonialismo britannico – non farà che riaccendere il dibattito sul modello di crescita imboccato dal Paese e sul capitalismo “relazionale” che ha trionfato sotto la guida ormai decennale del premier Narendra Modi .

Tra le critiche rivolte più spesso al primo ministro indiano e al suo partito, il Bjp, c’è quella di intrattenere rapporti troppo stretti con un piccolo numero di grandi famiglie imprenditoriali che starebbero beneficiando in misura sproporzionata delle scelte in materia di politica economica e fiscale del governo. Tra queste ci sono quelle di Mukesh Ambani e Gautam Adani, i due imprenditori considerati più vicini al premier e che, forse non del tutto a caso, oggi sono anche i due indiani più in alto nella classifica dei super ricchi globali, rispettivamente al decimo e quindicesimo posto.

Mentre, come dimostra la classifica di Hurun, negli Stati Uniti le nuove grandi fortune nascono da anni dalle frontiere della tecnologia (un fenomeno presente anche in Cina, dove il fenomeno delle startup ha un forte radicamento), in India sono spesso ancora le industrie regolamentate a dare i ritorni maggiori.

Senza contare che privatizzazioni (gli aeroporti finiti in mano a Gautam Adani), politiche tariffarie (come quelle di cui beneficiano i tycoon dell’acciaio come Sajjan Jindal) e barriere all’ingresso di investimenti diretti dall’estero (è il caso del retail multimarca dove regna Mukesh Ambani) creano mercati protetti in cui un numero ristretto di player locali in forte sintonia con i policy maker opera da anni in condizioni estremamente favorevoli.


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