Materie prime

Nickel verso il riavvio degli scambi al Lme, mercato dei metalli ancora a rischio

Il colosso cinese Tsingshan ha trovato un accordo con le banche creditrici e il prezzo di tutti i metalli scende, ma le difficoltà di rifornimento non sono sparite

di Sissi Bellomo

(REUTERS)

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I prezzi dei metalli ora hanno preso a scendere, in qualche caso in modo vertiginoso: il palladio ad esempio, usato nelle marmitte catalitiche e di solito rifornito per il 40% dalla Russia, è arrivato a perdere il 17% solo nella seduta di lunedì 14, riportandosi sotto 2.500 dollari l’oncia, un migliaio di dollari in meno rispetto al record storico della settimana scorsa.

I ribassi, sia pure meno vistosi, interessano da qualche giorno anche i non ferrosi quotati al London Metal Exchange, compreso l’alluminio (sceso intorno a 3.300 dollari per tonnellata dagli oltre 4mila che aveva raggiunto) nonostante i il ruolo importante della russa Rusal, le cui esportazioni calano: una marcia indietro che ha avuto l’effetto sorprendente di far sparire – per tutti i metalli – la backwardation, ossia il sovrapprezzo delle forniture a pronti rispetto a quelle per consegna più lontana nel tempo, tipico dei periodi in cui c’è scarsità di offerta.

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In realtà i problemi sono tutt’altro che scomparsi dall’orizzonte e su un mercato che resta super volatile il rally rischia di riaccendersi. Tanto per cominciare non si è attenuato l’allarme sulle forniture dalla Russia, diminuite a causa delle sanzioni e non facili da sostituire. E poi a complicare la situazione c’è il caso nickel, anche se presto il metallo potrebbe tornare ad essere negoziato al London Metal Exchange, dove gli scambi sono sospesi da martedì 8 marzo.

Nella serata di lunedì 14 il colosso cinese Tsingshan – che aveva fatto da detonatore alla crisi – ha comunicato di aver concluso un accordo preliminare con un pool di banche creditrici guidato da Jp Morgan Chase e di cui fanno parte anche Bnp Paribas e Standard Chartered.

Gli istituti concedono una tregua sui margin call, le richieste di integrare i margini di garanzia per operare sul mercato, che nel caso di Tsingshan avevano assunto proporzioni epiche. Nel frattempo si continua a trattare per nuove linee di credito garantite da asset minerari e industriali, che permettano al gruppo cinese di non abbandonare il Lme.

Tsingshan è uno dei maggiori produttori mondiali di nickel, con impianti importanti anche in Indonesia. Ed è un peso massimo anche sulla borsa metalli londinese, dove opera a fini di copertura dei rischi commerciali e non solo. Si stima che avesse un’esposizione ribassista equivalente a 190mila tonnellate di nickel, per un valore di oltre 9 miliardi di dollari: una posizione enorme, che non riusciva più né a chiudere né a mantenere, perché le richieste di integrazione dei margini erano diventate esorbitanti. È così che la spirale rialzista è andata fuori controllo.

Tsingshan peraltro è l’operatore più grande, ma non certo l’unico ad essere stato schiacciato dal macigno dei “margin call”, che si è fatto così pesante da convincere il Lme del pericolo di «rischi sistemici» e della necessità non solo di sospendere le contrattazioni sul nickel ma anche di cancellare tutte le operazioni effettuate nella fase più concitata, quando il metallo in poco tempo è raddoppiato di valore superando 100mila dollari per tonnellata.

L’orologio è stato riportato indietro alla quotazione di 48.078 dollari, quella dell’ultima seduta valida, lunedì 7 marzo (quando il nickel aveva comunque chiuso in rialzo del 61%): una decisione per evitare guai peggiori, forse addirittura il contagio di altri mercati, ma con cui la borsa metalli si è inimicata molti investitori finanziari, che si sono visti “sfilare” una ricca plusvalenza. Le transazioni cancellate – tutte legittime – valevano 3,9 miliardi di dollari.

Ma le conseguenze più pesanti le hanno subite le imprese consumatrici, rimaste prive di un riferimento di prezzo ufficiale (anche Shanghai ha sospeso per due giorni i suoi futures). La spagnola Acerinox, big dell’acciaio inossidabile, afferma di aver smesso del tutto di comprare nickel e rottame, mentre in Cina alcuni produttori di solfato di nickel – impiegato nelle batterie – hanno interrotto le vendite per mancanza di visibilità sui prezzi, riferisce Rystad Energy.

Tutto il listino del Lme ha subito contraccolpi. Il sospetto è che l’ondata di ribassi che ha investito i metalli non ferrosi (e molte altre materie prime) dipenda non solo dalla speranza di progressi nei colloqui Russia-Ucraina o dai nuovi lockdown da Covid in Cina (che potrebbero frenare i consumi del gigante asiatico), ma almeno in parte anche dall’assillante ricerca di denaro per rispondere ai “margin call”: gli operatori liquidano posizioni lunghe (o all’acquisto) – peraltro con buon profitto dopo il rally delle ultime settimane – per pagare i broker, che a loro volta devono reintegrare i margini alle clearing house.

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