Non servono nuove regole ma giudici e formazione migliore
I risultati dell’inchiesta del Sole 24 Ore condotta tra procure e tribunali penali e analizzando i dati del ministero sui reati da Codice rosso.
di Chiara Di Cristofaro, Simona Rossitto, Livia Zancaner
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Mancanza di personale, formazione ancora incompleta soprattutto tra la magistratura giudicante, norme che rischiano di ingolfare un sistema già al limite, archiviazioni in fase istruttoria che restano in media oltre il 50 per cento. E un cambiamento culturale che tarda ad arrivare ed è sempre più necessario, come mostrano anche alcune sentenze discusse e criticate. È l’esito dell’inchiesta del Sole 24 Ore realizzata tra procure e tribunali penali italiani, che trattano ogni giorno i reati riguardanti la violenza sulle donne. I dati raccolti a livello nazionale e locale mostrano un aumento dei procedimenti, in un contesto in cui le leggi vengono continuamente rafforzate e le donne continuano a morire in quanto donne (106 le donne uccise da inizio anno, di cui 87 uccise in ambito familiare-affettivo, 55 per mano del partner o ex, riportano i dati del Viminale).
Le norme ci sono
Secondo quanto riferiscono i magistrati, in campo normativo e repressivo, tutto è stato fatto: dall’entrata in vigore del Codice Rosso la polizia giudiziaria e le procure si sono attrezzate con pool specializzati e formati (con qualche criticità per le realtà più piccole). Le indagini sono rapide, le misure cautelari in aumento e quelle riguardanti i reati afferenti la violenza di genere sono la maggioranza. Insomma: l’attenzione è alta. Tuttavia, dichiarano i magistrati stessi, contenere il fenomeno è difficile.
Passi avanti sono stati fatti anche nei tribunali, con l’urgente necessità però di una formazione capillare e soprattutto multidisciplinare per la magistratura giudicante. Il 90% delle procure italiane infatti - secondo il monitoraggio 2021 del Consiglio superiore della magistratura - presenta almeno un pubblico ministero specializzato, nella magistratura giudicante solo il 24%, anche se il trend è in crescita. In questo contesto possono essere lette le sentenze con riferimenti sessisti e stereotipi, che hanno portato l’Italia a subire condanne e censure.
Dibattimenti e sentenze
Analizzando gli esiti dei dibattimenti, i dati del ministero della Giustizia, rielaborati dal Sole 24 Ore, mostrano per il periodo 2020–22 una percentuale di archiviazioni stabile e pari in media a oltre il 60% dei procedimenti penali nei tribunali ordinari definiti nella fase di Gip e Gup per i reati di maltrattamenti contro familiari o conviventi; al 45% per la violenza sessuale; al 54% per gli atti persecutori; al 51% per violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa famigliare e divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Reati che, pur non essendo scorporati per genere, registrano una netta prevalenza delle donne tra le vittime.
In merito alle sentenze definite in primo grado, le assoluzioni per i reati di maltrattamenti e violenza sessuale sono superiori a un terzo del totale, mentre le condanne, inclusi i patteggiamenti, oscillano in media tra il 49% e il 57 per cento. Secondo la magistrata Maria Monteleone, membro dell’Osservatorio permanente sull’efficacia delle norme in tema di violenza di genere e domestica, un tasso così alto di assoluzioni nel primo grado di giudizio – quando cioè un giudice (il Gup) ha individuato elementi sufficienti e idonei per sostenere l’accusa - può essere una diretta conseguenza anche dei tempi troppo lunghi del processo e quindi del rischio di ritrattazione da parte delle donne.


