Titoli di Stato

Non solo BTp Italia. Così il Tesoro ha riavvicinato i privati al debito pubblico

L’ammontare di titoli di stato nazionali in mano a famiglie e imprese nazionali è ai massimi dal 2015. Merito di una strategia di emissioni mirata e del ritorno di rendimenti interessanti. Ma il vero obiettivo restano gli investitori esteri.

di Maximilian Cellino

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Riavvicinare i risparmiatori ai titoli di Stato italiani è un obiettivo non certo nascosto per il Tesoro e da qualche tempo anche in parte raggiunto. Dopo anni di discesa pressoché continua, l’ammontare di BTp e simili in mano a famiglie e imprese residenti nel nostro Paese è infatti tornato a crescere, di circa 50 miliardi di euro dallo scorso autunno e addirittura 70 miliardi se ci si confronta con la fine del 2021, per raggiungere a gennaio (ultimo dato ufficiale pubblicato dalla Banca d’Italia) un valore pari a 213 miliardi che rappresenta il massimo dal 2015.

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La strategia del Tesoro

È grazie a questa accelerazione che la quota di debito pubblico presente sul mercato e in mano agli investitori privati italiani è potuta risalire al 9% dopo essere precipitata fino a poco più del 6% negli anni precedenti. Per raggiungere il risultato, oltre all’instancabile opera del Mef che ha fra l’altro assegnato 7,3 miliardi di euro di BTp Italia agli investitori retail lo scorso novembre e 8,6 miliardi a marzo (un’operazione quest’ultima non ancora riflessa nei dati appena ricordati, che sono appunto aggiornati a due mesi prima), è però stata necessaria anche la collaborazione dei mercati.

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LE MANI SUI BTP

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Tassi di nuovo appetibili

«Il ritorno di rendimenti interessanti ha giocato un ruolo importante», riconosce a questo proposito Luca Cazzulani, responsabile della ricerca strategica di UniCredit, ricordando come il tasso dei BoT a 6 mesi sia l’ultimo anno cresciuto di oltre 300 punti base insieme ai tassi Bce e individuando «una sana domanda di debito a breve scadenza da parte degli investitori retail». Non si tratta certo di una spinta irrilevante, visto che a parere dell’analista gli acquisti dei privati «hanno probabilmente contribuito a sostenere lo spread dei BTp in un momento di abbondante offerta e in vista dell’inizio della riduzione del bilancio da parte dell’Eurotower a marzo».

Il livello dei depositi bancari resta molto consistente e c’è ancora spazio per acquisti di BoT e BTp e per dare un continuo sostegno agli spread sovrani dell’Italia

UniCredit Research Luca Cazzulani

Non mancano neppure i margini per un’ulteriore accelerazione su questo versante visto che, senza tornare per forza voler tornare agli anni d’oro dei «BoT people», nel 2015 prima dell’avvio delle operazioni di acquisto targate Bce le famiglie e le imprese italiane detenevano ancora una quota superiore al 12% del debito nazionale. «Dato che il livello dei depositi bancari resta molto consistente, pari a quasi 1.300 miliardi per le famiglie e a circa 380 miliardi per le società non finanziarie - aggiunge Cazzulani - c’è ancora spazio per acquisti di BoT e BTp e per dare un continuo sostegno agli spread sovrani dell’Italia».

Non solo risparmiatori

Siamo insomma di fronte a una spinta necessaria, ma probabilmente non del tutto sufficiente. Non è infatti un mistero che i titoli di Stato italiani, al pari di quelli degli altri Paesi dell’Eurozona, siano principalmente nelle mani della Bce (31% a fine gennaio) e di banche e altre istituzioni finanziarie domestiche per oltre un terzo. Ma anche che la parte posseduta da investitori stranieri sia ormai da tempo in riduzione: secondo le stime di UniCredit (che giustamente esclude dal conteggio la parte di titoli del Tesoro inclusa nei fondi di diritto estero, ma che sono in realtà detenuti da italiani) l’ammontare sarebbe pari a 457 miliardi, cioè appena il 20 per cento del debito complessivo.

La (difficile) caccia allo straniero

Qui il confronto con il passato si fa se possibile ancora più impietoso: la quota di BTp oltre i confini era quasi del 23% poco più di un anno fa, raggiungeva il 33,7% all’avvio del quantitative easing targato Mario Draghi, il 46,5% nel 2010 quando ancora doveva scatenarsi la crisi sul debito italiano e sfiorava addirittura il 50% prima che il mondo fosse investito dalla tempesta Lehman e lo spread Italia-Germania era azzerato. Bce a parte, è soprattutto questa la componente che fa bello e cattivo tempo sui tassi del debito italiano, rianimarla è un compito che va al di là delle pur meritevoli strategie di emissione del Tesoro volte a raggiungere gli investitori privati.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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