Non tutto ciò che conta può essere contato: quando i numeri diventano un boomerang
L'uso indiscriminato dei dati può portare a decisioni discutibili e comportamenti controproducenti
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Viviamo in un’epoca in cui i numeri sembrano avere il potere di risolvere ogni problema. I dati, sempre più facili da raccogliere grazie a tecnologie avanzate, sembrano promettere una gestione infallibile. L’introduzione dei sistemi di intelligenza artificiale all’interno delle imprese sta rinforzando ulteriormente la convinzione che “ciò che non si misura non si possa gestire”. Eppure, questa visione, apparentemente sensata, rischia di trasformarsi in un boomerang pericoloso. Non è infrequente che i KPI predefiniti raccontino solo in parte l’andamento e l’impatto di un progetto o – peggio – che i KPI siano utilizzati per giustificare decisioni discutibili o negative nel lungo termine.
Con questo non voglio negare l’utilità di prendere decisioni supportate da dati e informazioni oggettive. La misurazione, se ben utilizzata, può essere un potente strumento gestionale. Amazon, che utilizza un sofisticato sistema di analisi dei dati per ottimizzare la logistica, rappresenta – perlomeno da questo punto di vista specifico - un ottimo esempio di corretto utilizzo dei dati. Monitorando i tempi di spedizione, le rotte di consegna e i livelli di inventario, l’azienda è riuscita a ridurre i costi operativi e migliorare l’esperienza del cliente. Qui i numeri diventano uno strumento per generare valore concreto, permettendo all’organizzazione di crescere in modo sostenibile.
Esiste però anche un’altra faccia della medaglia. Si rischia di dimenticare che i numeri raccontano solo una parte della storia, facendoci perdere di vista ciò che conta davvero. Pensiamo al caso dei contact center. Valutare gli operatori in base al tempo medio di gestione delle chiamate sembra logico: meno tempo impiegano, più clienti possono servire. Ma questa metrica incentiva comportamenti sbagliati: risposte frettolose, problemi non risolti e clienti insoddisfatti. Un’efficienza apparente che mina la qualità del servizio.
Le metriche premiano la quantità, non la qualità
Anche in ambito accademico, in nome dell’oggettività di giudizio, l’aspetto quantitativo misurabile ha superato altri criteri di valutazione della ricerca. La valutazione dei ricercatori si basa spesso sul numero di citazioni ricevute dai loro articoli. Questo sistema ha prodotto un’industria della pubblicazione scientifica che privilegia articoli “sicuri” e facilmente citabili, a scapito di ricerche più innovative e rischiose. Le metriche premiano la quantità, non la qualità, con conseguenze negative per il progresso scientifico.
Un caso ancora più emblematico riguarda lo sport. Oggi ogni prestazione sportiva è misurata in ogni minimo dettaglio e questo può portare a conseguenze paradossali. La misurazione può determinare il miglioramento delle metodologie di allenamento ma può anche influire sui comportamenti degli atleti. Pensiamo ad esempio al calciatore che evita sistematicamente passaggi rischiosi per mantenere alta la sua percentuale di successo. Le statistiche dicono che è un giocatore sicuro e affidabile, ma in campo non fa la differenza, anzi penalizza la squadra. Questi esempi ci ricordano che la misurazione non è neutrale. I numeri influenzano i comportamenti, spesso in modi inaspettati e controproducenti.

