Formazione

“Nutrirsi” di feedback per crescere professionalmente

Come il feedback può essere un vantaggio strategico per i leader senior nell'ambito professionale

di Luca Brambilla*

3' min read

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“Il feedback è la colazione dei campioni” ha scritto Kenneth Blanchard nel suo testo One Minute Manager. Un riferimento alimentare capace di evocare un’immagine appropriata, se è vero che il significato del verbo inglese “to feed” è proprio “nutrire”. Chi beneficia di questa valutazione riceve infatti qualcosa di nutriente, di funzionale alla sua crescita e al suo progresso personale. L’idea che il feedback sia necessario per lo sviluppo professionale delle figure junior è largamente condivisa, ma lo stesso non si può dire per i ruoli senior.

Se per chi si approcci da neofita al mondo del lavoro le indicazioni di responsabili e mentori sono al pari di gocce d’acqua per un fiore, imprescindibili per la crescita, chi raggiunge seniority ed expertise rischia di sottovalutare l’utilità di un riscontro costruttivo. In questo articolo vorrei soffermarmi su questa seconda considerazione, evidenziando come il feedback rappresenti uno strumento di formidabile strategicità per chi occupi posizioni executive.

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Esiste un bias cognitivo noto come “overconfidence bias” che afferisce alla tendenza a sopravvalutare le proprie abilità cadendo nell’illusione di sapere abbastanza da avere più nulla da imparare. Senza la consapevolezza che non c’è limite all’apprendimento il rischio è di trasformarsi da “vecchi saggi” in “vecchi fuori mercato”. Nel mio relazionarmi a figure aziendali apicali ho riscontrato che sono proprio coloro che smettono di chiedere feedback a perdere in competitività: l’umiltà di accettare una valutazione, sia essa positiva o negativa, permette di accrescere sempre la propria esperienza indipendentemente da quanto già grande essa sia.

Alcuni suggerimenti pratici

Ecco dunque alcuni suggerimenti operativi per usare i feedback in chiave strategica. Innanzitutto è bene evitare richieste estemporanee procedendo a una programmazione a matrice, pianificando dunque un momento e un luogo in cui una persona possa aiutarci a decodificare i comportamenti attuati in un determinato arco temporale. Persona che va identificata in base alla competenza e all’effettivo valore che sia in grado di generare, non essendo il feedback un parere o un suggerimento bensì un’analisi verticale di una performance. Ai miei universitari sono solito dire: “Vi fate male? Vi rivolgete a chi vi vuol bene per farvi consolare e a un medico per farvi curare, non il contrario”.

In merito alle modalità con le quali comunicare un feedback esistono diversi livelli: quanto più si voglia essere strategici tanto più lo va calibrato sugli interessi dell’altro. Al pari degli chef stellati possiamo elaborare una ricetta ad hoc attraverso una selezione accurata degli ingredienti. Sceglieremo dunque le parole, le modalità e il contesto che più motivino la persona, che più le siano utili e che più la mettano nella condizione di crescere.

Un aspetto importante per mantenere la propria autorevolezza è la reciprocità. Non basta saper dare feedback: occorre la disponibilità a riceverne. Consiglio perciò un equilibrio sulla base approssimativa di questa proporzione: due terzi del tempo per i feedback che si forniscono, un terzo per quelli in ricezione.

In supporto a quanto espresso vorrei riportare un aneddoto riguardante un Amministratore Delegato che lamentava il mancato seguito dei suoi suggerimenti da parte di diversi manager di prima linea. Al mio chiedere a quando risalisse l’ultima sua richiesta di consigli ai propri riporti la risposta fu sorprendente: non riusciva nemmeno a ricordarlo. Lo invitai così a un’inversione di rotta, costringendolo a sole richieste di feedback per l’intero mese successivo senza poterne dare. Tempo dopo, all’interno di un incontro, mi raccontò con gioia che i suoi collaboratori avevano iniziato ad ascoltare le sue indicazioni. Il motivo era evidente: vedendo l’AD mettersi in discussione anche i manager, nonostante fossero professionisti già ben strutturati, si erano sentiti incentivati a fare ugualmente. Paradossalmente il modo più strategico per portare le persone ad ascoltare i nostri feedback è chiederne a nostra volta mostrando impegno nel seguire le indicazioni ricevute. Al tempo stesso l’AD ammise che questo nuovo approccio gli aveva offerto suggerimenti particolarmente interessanti e costruttivi che si erano rivelati preziosi per l’azienda.

Oltre a essere un mezzo funzionale alla propria crescita il feedback consente di accedere al punto di vista delle persone coinvolte nei processi aziendali, acquisendo informazioni utili e spunti di miglioramento altrimenti ignorati. L’ascolto è un eccellente modo per godere di una visione più ampia delle dinamiche, dei problemi e delle sfide organizzative.

Concludendo, un leader strategico si riconosce non solo dal livello di competenza o dalla capacità di prendere decisioni complesse ma anche dalla disponibilità di ascolto, trasformando qualsiasi riscontro, anche il più difficile da accettare, in occasione di crescita.

* Direttore Accademia di Comunicazione Strategica

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