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Ospedale Bambino Gesù, una nuova speranza per la cura del tumore infantile

Pubblicato su Nature Medicine, lo studio dimostra sicurezza ed efficacia delle cellule Car-T da donatore nella lotta al neuroblastoma

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La terapia con cellule Car-T ha rivoluzionato il trattamento del cancro, ottenendo un notevole successo nei tumori del sangue attraverso l’immunoterapia mirata. Tradurre questo successo nei tumori solidi è una sfida più difficile a causa di diversi ostacoli come il microambiente tumorale ostile (che induce la disfunzione delle Car-T) e l’eterogeneità del tumore, ma anche le barriere fisiche all’interno dei tumori solidi impediscono l’infiltrazione di queste cellule, riducendo l’efficacia terapeutica. Non solo. Un’altra sfida è quella di utilizzare le cellule Car-T di un donatore compatibile. Infatti, oggi, queste cellule devono essere prodotte individualmente per ogni paziente, il che non è l’ideale per i pazienti con malattie in rapida progressione o che non rispondono al trattamento.

I progressi

Nonostante queste difficoltà, recenti studi clinici hanno riportato risultati promettenti in alcuni tipi di tumori solidi, come il neuroblastoma. E l’ultimo passo avanti nella lotta contro questo cancro delle cellule nervose infantili è stato fatto dall’èquipe dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, guidato da Franco Locatelli, responsabile del Centro studi clinici oncoematologici e terapie cellulari dell’ospedale romano.

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I ricercatori hanno infatti messo a punto una strategia basata su cellule Car-T derivate da un donatore compatibile (allogeniche) da impiegare nelle forme di tumore che non rispondono più ai trattamenti. La tecnica è stata testata con buoni risultati su 5 pazienti in una sperimentazione i cui dati sono stati pubblicati su Nature Medicine.

Lo scorso anno lo stesso gruppo aveva pubblicato sul “New England Journal of Medicine” i risultati di uno studio clinico di fase I/II che dimostrava come il trattamento con le cellule Car-T autologhe geneticamente modificate rappresentasse un’opzione preziosa per i bambini con neuroblastoma refrattario e/o recidivante. Ciò, tuttavia, non è possibile per tutti i malati. Il nuovo studio dimostra che si possono impiegare in maniera efficace e sicura anche le cellule prelevate da un donatore compatibile.

I risultati

Nella sperimentazione, 3 dei 5 pazienti trattati hanno ottenuto una remissione completa, cioè la scomparsa dei segni della malattia; uno è andato incontro a una remissione parziale; nell’ultimo paziente la malattia si è stabilizzata per alcuni mesi. Il trattamento non è però riuscito a spegnere del tutto la malattia, che in 4 dei 5 malati è successivamente recidivata o progredita. Il quinto paziente era invece ancora in remissione completa al termine dello studio.

«Questi risultati rappresentano una svolta importante - dice Locatelli, -perchè significa che è possibile offrire il trattamento con cellule Cart-T anche a quei pazienti che per la pregressa storia non potrebbero beneficiarne o che hanno già fallito il trattamento con le cellule Car-T autologhe». Non solo, aggiunge Locatelli: «Le cellule Car-T allogeniche svolgono un’attività antitumorale anche superiore rispetto alle Car-T autologhe poiché i linfociti da cui sono generate provengono da soggetti mai precedentemente esposti a trattamenti chemioterapici che influiscono anche sullo stato di salute dei linfociti».

Questa nuova ricerca - che descrive l’efficacia e la sicurezza delle cellule T (dirette contro il bersaglio tumorale GD2) sviluppate a partire da donatori - è stata interamente progettata dai ricercatori del Bambino Gesù, in collaborazione con l’Officina Farmaceutica e sviluppata anche grazie al sostegno da parte di Fondazione Airc.

La decisione dell’Ema

 

 

 

 

Il trattamento, inoltre, è stato inserito nello schema Prime (Priority medicines) dell’Ema che ha lo scopo di ottimizzare e accelerare lo sviluppo di farmaci che hanno il potenziale di rispondere a un bisogno clinico non soddisfatto. La designazione viene data a quei farmaci che hanno la potenzialità di fornire un grande vantaggio terapeutico rispetto alle terapie esistenti o essere di beneficio ai pazienti privi di opzioni di trattamento. È la prima volta che un prodotto Car-T contro i tumori solidi sviluppato in ambito accademico ha la designazione Prime da parte dell’Ema.

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