25 novembre

Ospedali: sentinelle sul territorio per accogliere le donne che subiscono violenza

Le linee guida del Codice Rosa, nate a Grosseto e poi esportate in tutta Italia, garantiscono un accesso protetto e sicuro ai casi di violenza domestica e a tutte le vittime di odio. L'importanza della formazione

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Superano i quattordici mila gli accessi in pronto soccorso delle donne vittime di violenza. E questi dati, presentati dal ministero della Salute lo scorso 20 novembre, si riferiscono solo al 2022. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità la violenza di genere è uno dei principali problemi di salute pubblica: nel mondo una donna su tre ha subìto violenza psicologica o fisica nel corso della propria vita. A queste cifre va inoltre aggiunto il fatto che le informazioni sull’esecutore della violenza sono ancora poco presenti nei dati raccolti.

Di fatto si hanno notizie su chi è stato a commettere la violenza soltanto nel 10,8% dei ricoveri femminili. Si tratta dei dati resi disponibili grazie all’accordo siglato tra l'Istat e il ministero della Salute nel novembre 2019 per «alimentare la banca dati sulla violenza di genere con i flussi informativi sanitari». Il report è stato realizzato analizzando gli accessi in pronto soccorso rilevati dal sistema Emur (Sistema informativo per il monitoraggio dell’assistenza in Emergenza-Urgenza) e i ricoveri ospedalieri, che vengono rilevati con il flusso della scheda di dimissione ospedaliera (Sdo). I numeri dimostrano che gli ingressi in ospedale sono più elevati nelle donne tra i 18-34 anni, di cui il 47,9% sono ragazze straniere, seguite dalle pazienti appartenenti alla fascia dei 35-49 anni. Una quota pari al 4% degli accessi con indicazione di violenza abbandona il pronto soccorso prima della visita medica o durante gli accertamenti, mentre il 3% abbandona la struttura rifiutando il ricovero in ospedale.

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L'identikit delle donne in pronto soccorso per violenza

Le vittime di violenza presentano un’elevata variabilità in termini di accesso in Ps nelle regioni italiane. Nel periodo precedente la pandemia, l’incidenza degli arrivi per diecimila accessi totali varia da un valore pari a 3,0 in Molise a un valore pari a 23,3 in Liguria, mentre nel periodo post pandemia l’incidenza varia da 2,6 in Molise a 27,6 in Abruzzo. Se da una parte la differenza di questo dato dipende dalla diffusione del fenomeno, dall’altra si potrebbe attribuire alla differente propensione a riconoscere il fenomeno. Alcune analisi dei trend nel periodo 2014-2021 effettuate dal ministero della Salute hanno infatti evidenziato che le iniziative di formazione realizzate in questi anni in alcune realtà hanno migliorato la capacità di «riconoscere» i casi di violenza e, di conseguenza, di intercettare il fenomeno nei dati amministrativi. Dal punto di vista delle diagnosi, invece, si riscontrano più frequentemente traumatismi e disturbi della salute mentale.

Il Codice Rosa, un percorso protetto negli ospedali

In Italia le donne che arrivano in pronto soccorso dopo aver subito una violenza possono trovare un percorso protetto che garantisce cura, sicurezza e orientamento ai servizi antiviolenza per sé stesse e i figli minori. Dal 2017 sono in vigore le linee guida "Percorso per le donne che subiscono violenza" che forniscono alle aziende sanitarie e ospedaliere strumenti operativi per riconoscere la violenza e supportare la vittima, documentando la violenza agli organi competenti. Questo sistema ormai strutturato e conosciuto in tutta Italia come Codice Rosa nasce nel 2010 da un’intuizione di Vittoria Doretti, specialista in Cardiologia e Anestesia e rianimazione, nella squadra di lavoro dell’Asl di Grosseto. L’ambiente confortevole di una realtà di provincia si è rivelato in realtà il tessuto migliore dove far crescere un’idea. Grazie ai suoi rapporti con la procura e i centri antiviolenza della città, Doretti si rende conto di una discrepanza nei dati di accesso nel pronto soccorso di sua competenza e quelli che venivano segnalati come violenza a carico delle donne nei contesti giudiziari. Per questo motivo decide di attivare un percorso riservato alle donne e a tutte le vittime di odio, capace di accogliere le pazienti in un ambiente capace di farle sentire al sicuro. Per il personale sanitario diventa allora importante migliorare le proprie competenze, eseguendo un’adeguata formazione multidisciplinare. «All’inizio non è stato semplice far accettare il pronto soccorso come luogo di incontro con le donne vittime di violenza - racconta Vittoria Doretti - abbiamo ricevuto l'opposizione di molti movimenti femminili che ci chiedevano di prediligere i consultori, per esempio. E noi sapevamo che il pronto soccorso è un posto non adeguato, ma proprio da lì bisognava partire: la maggior parte delle pazienti infatti non avrebbero mai parlato con nessuno della propria condizione, se non in ospedale dove accedono per necessità».

Da Grosseto a modello nazionale per l'accoglienza

Da quel momento le sale di attesa degli studi medici dell’intera Regione Toscana sono state tappezzate da materiale informativo, diffondere la possibilità di fornire aiuto è diventata una priorità. L’esempio di Grosseto è diventato così un modello anche a livello nazionale, in grado di mettere in rete le forze del servizio sanitario, le procure, le forze dell’ordine e le associazioni con un l’unico obiettivo di prestare immediate cure a chi subisce violenza e allo stesso tempo intervenire nei confronti di chi l’ha commessa. «Codice Rosa nasce da un atto di umiltà – racconta la dottoressa Doretti – ci siamo accorti che come azienda sanitaria non avevamo dati sulla violenza di genere, come se qui a Grosseto non esistesse. Abbiamo compreso che pur con le migliori procedure evidentemente non stavamo lavorando bene». Dal 2012 al 2021 gli accessi al pronto soccorso in Codice Rosa sono stati oltre 25mila. I dati più recenti raccontano un fenomeno purtroppo in ripresa: la pandemia e il lockdown avevano ridotto il numero di casi e denunce ma nel 2021 sono tornati ai livelli del 2019, con 1.918 episodi nel corso di tutto l’anno, che comprendono oltre alle donne anche le vittime di atti di discriminazione e odio. «Il nostro obiettivo quotidiano è rendere più forti e stabili i rapporti con i centri antiviolenza, e continueremo a lavorare con la procura per evitare discriminazioni secondarie in caso di denuncia. Dobbiamo aiutare le donne lungo tutto il percorso. Con il Codice Rosa abbiamo chiesto allo Stato di farsi carico di questo tema, ma c’è ancora molta strada da fare perché le donne continuano a morire» conclude la dottoressa Doretti, che fino a settembre 2022 è stata anche consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio del Senato.

L'importanza della formazione

Occorre tuttavia sottolineare che, accanto alle raccomandazioni proposte per l’accoglienza e la presa in carico in pronto soccorso delle vittime di violenza, il modello di intervento nelle realtà territoriali è variegato in quanto ogni donna ha un proprio vissuto che va rispettato e curato. A tal proposito un’adeguata formazione del personale sanitario risulta fondamentale per individuare e prendere in carico i casi di violenza. Le donne che accedono in ospedale non raccontano subito tutto quello che hanno subìto, e spesso hanno bisogno di tempo prima di trovare coraggio e fiducia per condividere il loro vissuto. Nel caso di una donna migrante occorre prendere in considerazione anche il suo progetto migratorio, legato alla famiglia di origine. Vanno presi in considerazione inoltre i problemi connessi alle risorse economiche personali e alla presenza di minori. Si tratta di un percorso personalizzato, che va indirizzato sulla storia della vittima e che, come tale, assume connotazioni specifiche rispetto al contesto di intervento.

A Ferrara oltre 1100 accessi in un anno per maltrattamenti

«Il personale addetto al triage accoglie la donna prestando la massima attenzione a intercettare ogni segnale di violenza, anche quando non dichiarata - spiega Raffaella Marino, medica legale dell’azienda ospedaliera di Ferrara - qualora non sia necessario attribuire un codice di emergenza, alla donna va riservata una codifica di urgenza indifferibile, il codice arancione, così da garantire una visita medica tempestiva in un’area del pronto soccorso a lei dedicata». Nella provincia di Ferrara, per esempio, tra il 2018 e il 2021 sono stati tracciati 1154 accessi per maltrattamenti, abusi, aggressioni nei confronti di donne. «Dopo la raccolta dell’anamnesi e del racconto della paziente, si informa la donna sulle diverse fasi della visita affinché possa essere partecipe e consapevole dell’evoluzione dell’accertamento clinico. Tale atteggiamento è importante per una donna maltrattata alla quale viene così restituita la sensazione di aver di nuovo il controllo di sé riappropriandosi del proprio corpo, della propria storia e del suo valore nella scelta su quanto dichiarare e accettare in merito alle proposte di cura - continua la dottoressa Raffaella Marino - si forniscono inoltre informazioni sull’eventuale necessità di provvedere alla raccolta di campioni biologici, all’esecuzione di fotografie, nonché all’acquisizione degli indumenti utili ai fini forensi e tecnico giuridici». Nel caso di sospetta violenza sessuale, vengono anche effettuati gli accertamenti utili alla diagnosi laboratoristica di malattie sessualmente trasmissibili, proponendo eventualmente la somministrazione di farmaci di profilassi o l’assunzione della terapia contraccettiva post-coitale, prestando attenzione alla descrizione morfocromatica e topografica delle eventuali lesioni.

«Al termine del percorso in pronto soccorso, dove sarà possibile sostenere anche un colloquio psicologico, è fondamentale chiedere sempre alla donna le sue intenzioni in merito al rientro al domicilio - aggiunge la medica legale - occorre informarla sui centri antiviolenza cui può riferire per chiedere aiuto o, qualora non siano presenti possibili soluzioni immediate, le si prospetta la possibilità di rimanere in ambiente ospedaliero in Osservazione breve intensiva (Obi) per circa 36 ore per garantire la sua messa in sicurezza e la protezione di eventuali figlie e figli di minore età». Conoscere e diffondere dati sulla violenza di genere è di fatto un’azione indispensabile per accrescere la consapevolezza sul tema. Nella complessa articolazione degli interventi la regione Emilia Romagna, per esempio, punta anche sulla responsabilizzazione degli uomini autori di violenza. Nel 2011 è nato il Centro “Liberiamoci dalla violenza” di Modena, la prima struttura pubblica del genere in Italia che ha stimolato altri territori regionali a dare vita a progetti analoghi, con un totale di undici centri presenti attualmente sul territorio emiliano. Rendere patrimonio comune i dati, le idee, i progetti si è dimostrato nel tempo una priorità, perché solo insieme, in un’alleanza sempre più stretta tra centri antiviolenza, case rifugio, enti pubblici, forze dell’ordine, servizi sociali e sanitari, sarà possibile realizzare un percorso che garantisce una presa in carico delle vittime, per accompagnarle verso la riacquisizione della propria storia.

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