Società

Papà casalinghi, in Italia trend in crescita ma troppo di nicchia

In Italia gli ultimi dati dell’Istat avevano censito solo 200mila padri a casa con i figli e le dimissioni volontarie mostrano ancora come siano le donne a rinunciare al lavoro per la famiglia

di Andrea Franceschi

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Papà al lavoro, mamma a casa a occuparsi dei figli. Lo stereotipo del padre procacciatore di cibo e della madre angelo del focolare è un ricordo del passato. Ma fino a un certo punto. È vero: sempre più papà oggi cambiano pannolini, fanno la spesa, cucinano e portano i figli dal pediatra. Eppure lo scenario a parti invertite (mamma che porta a casa lo stipendio e papà che si occupa della casa) è decisamente più raro. Si prenda l’esempio degli Stati Uniti: nel 2021, secondo l’analisi 2023 del Pew Research Center sui dati dell’U.S. Census Bureau gli stay-at-home dad (vale a dire i papà casalinghi) sono saliti al 7% dal 4% del 1989. Così la percentuale di uomini fra i genitori casalinghi è arrivata al 18%, quasi uno ogni cinque. In Italia gli ultimi dati diffusi dall’Istat risalgono al 2016, quando erano stati censiti 200mila papà casalinghi. Un numero che in questi anni è certamente cresciuto.

Dimissioni volontarie

Se si guardano i dati delle motivazioni delle dimissioni volontarie si percepisce appieno ancora lo squilibrio nella coppia. Nel 2022 le dimissioni presentate nei primi tre anni di vita del figli, convalidate dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro, sono aumentate del 17,1% rispetto a un anno prima a 61.391 unità. Un fenomeno che riguarda soprattutto le donne (72,8% dei provvedimenti) ed è legato strettamente alle difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro.

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Il 63% delle neo mamme infatti mette tra le motivazioni la fatica nel tenere insieme l’impiego e il lavoro di cura a fronte del 7,1% dei padri. Per gli uomini la motivazione principale è il passaggio a un’altra azienda (78,9%) ragione invece minoritaria per le donne (24%). La maggior parte dei destinatari delle convalide, pari a 48.768 (il 79,4% del totale), si colloca nella fascia di età tra i 29 e i 44 anni. E infatti in Italia una donna su cinque lascia il lavoro al primo figlio.

Divario occupazionale

I padri, però, sono sempre più impegnati nei lavori di cura e qualche passo in avanti è stato fatto anche nella narrazione di scelte simili. In “10 giorni senza mamma” del 2019 e nel sequel “10 giorni con Babbo Natale”, entrambi diretti da Alessandro Genovesi, uno strepitoso Fabio De Luigi interpreta il ruolo di un papà che rinuncia alla carriera per la serenità di figli e della moglie. Ma siamo sicuri che, nella vita reale, altri padri siano effettivamente disposti a fare simili rinunce? Una risposta univoca a questa domanda non esiste. Da caso a caso le circostanze (e i soldi sul piatto della bilancia) possono cambiare. Ma se si guarda al quadro complessivo è assai probabile si tratti di uno scenario da film. Almeno fintanto che non sarà risolto, o almeno significativamente ridotto, l’annoso problema del divario di genere. L’Italia, da questo punto di vista, resta un caso disperato. Se in media in Europa il divario tra i tassi di occupazione di uomini e donne si attesta al 10% da noi e in Grecia la percentuale è doppia: 20 per cento.

Le donne lavorano meno. Soprattutto al Sud. E soprattutto se mamme. Da un’indagine dell’Ispettorato del Lavoro del 2021 è risultato che per il 43,8% delle donne le dimissioni dal lavoro sono state motivate dalla difficoltà a conciliare lavoro e cura, e solo nel 21,7% dei casi per passaggio ad altra azienda. Fra gli uomini invece nel 78,2% le dimissioni sono state motivate dal passaggio ad altra azienda e solo nel 3% dei casi dalla difficoltà di conciliare cura e lavoro.

Le donne lavorano meno. Soprattutto al Sud. E soprattutto se mamme. Da un’indagine dell’Ispettorato del Lavoro del 2021 è risultato che per il 43,8% delle donne le dimissioni dal lavoro sono state motivate dalla difficoltà a conciliare lavoro e cura, e solo nel 21,7% dei casi per passaggio ad altra azienda. Fra gli uomini invece nel 78,2% le dimissioni sono state motivate dal passaggio ad altra azienda e solo nel 3% dei casi dalla difficoltà di conciliare cura e lavoro.

«Gli uomini sono premiati in termini occupazionali per il fatto di essere diventati padri e probabilmente si impegnano di più nel lavoro retribuito per rispondere allo stereotipo del padre procacciatore di reddito» si legge nello studio “La partecipazione dei padri nei primi 1000 giorni” realizzato nell’ambito di 4-E-parent, progetto europeo per promozione del coinvolgimento dei padri nella cura dei figli fin dai primi mesi.

Divario nei lavori di cura

La ricerca, realizzata nel 2023, offre uno spaccato molto preciso sul tema del coinvolgimento dei padri italiani nella cura dei figli. Gli spiragli in realtà non mancano. La situazione non è paragonabile a quella dei decenni passati. I padri di oggi sono indubbiamente più presenti di quelli di ieri «perché lo vogliono loro, perché lo chiedono le madri, e per necessità pratica, quando ambedue i genitori lavorano». Ma questo indubbio progresso culturale si scontra con una lunga serie di ostacoli di natura economico-normativa che, non solo disincentiva a fare figli e aggrava il drammatico “inverno demografico” del nostro Paese, ma contribuisce a cristallizzare il divario di genere.

«È ancora persistente - si legge nel rapporto - il concetto secondo cui la cura dei bambini, soprattutto nel primissimo periodo, va gestita in famiglia e in modo primario dalla donna». L’ultimo rapporto Istat disponibile sui Tempi della vita quotidiana (2019) lo certifica: le donne italiane sono in Europa le più impegnate nel lavoro non retribuito (cura della casa e dei figli): 5 ore contro 2 ore in media degli uomini.

Il divario si riduce in due casi: quando entrambi i genitori lavorano e tendono a ridursi ulteriormente nelle coppie più giovani. Che siano i più giovani a preoccuparsi di mantenere un equilibrio è indubbiamente un segnale di un cambiamento culturale in atto. Ma per una genitorialità paritetica serve qualcosa di più concreto: asili nido, congedi parentali e una vera parità di genere nel mercato del lavoro. Obiettivi troppo ambiziosi?

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