Perché Draghi al posto di Michel potrebbe aiutare l’Europa a uscire dalle nebbie
Mario Draghi come sostituto di Michel è la soluzione super partes per rompere gli schemi
di Adriana Cerretelli
ai preferiti su Google
3' min read
I punti chiave
3' min read
Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, di sicuro l’Europa in questi primi giorni del 2024 non promette faville. Al contrario, in largo anticipo sulla scadenza elettorale del 6-9 giugno prossimi, sembra già in balia di una caotica ingovernabilità, a livello nazionale e istituzionale Ue, appesa a 27 test politici obbligati, dovunque imposti dalle elezioni europee per il rinnovo del parlamento e di tutti i vertici dei suoi organi comuni. Sullo sfondo, i nervi scoperti dei Governi in carica e di quel che resta dei vecchi partiti tradizionali di fronte all’ascesa di estremismi e populismi, non solo di destra, che potrebbero travolgere l’ordine costituito.
Il malessere di Berlino e Parigi
Ammesso che Germania e Francia restino il motore propulsivo dell’Unione, peraltro sempre più stanco e grippato, né l’una né l’altra sono in gran forma. A Berlino la coalizione di Olaf Scholz non riesce a superare il mal di convivere tra i suoi opposti dogmatismi, il paese è bloccato dagli scioperi degli agricoltori, sostenuti da Cdu-Csu e Afd, contro il taglio delle sovvenzioni al diesel causa ristrettezze di bilancio: un po’ come avvenne sei anni fa e per ragioni simili con i “gilets jaunes” francesi.
A Parigi il macronismo in crisi e privo di maggioranza parlamentare, umiliato nei sondaggi dal sorpasso della destra lepenista ma costretto a ingoiarne i voti per far passare la legge sull’immigrazione, gioca la solita carta del cambio del primo ministro. Toccherà al trentenne Gabriel Attal garantire entro giugno il «riarmo civile e morale» del paese per evitare al presidente lo schiaffo del trionfo di Marine Le Pen.
Le altre incognite
Impopolari, costretti sulla difensiva in casa e per questo distratti fuori, pur intendendosi poco tra loro il cancelliere e il presidente vivono due storie politiche parallele segnate dalla minaccia da destra, con l’aggravante, per la Germania, della rigidità ideologica di bilancio che rischia di complicare la soluzione dei problemi strutturali dell’economia, la vivibilità della transizione verde nonché il controllo delle tensioni sociali.
Tra il malessere dei due pesi massimi dell’Unione, l’Olanda che dopo la vittoria dell’estrema destra di Geert Wilders ci metterà mesi per darsi un nuovo Governo, la Spagna del Sanchez III appeso all’ostica alleanza con gli indipendentisti catalani, le elezioni portoghesi in marzo e le europee di giugno sul collo di tutti.
