Scenari Ue

Perché Draghi al posto di Michel potrebbe aiutare l’Europa a uscire dalle nebbie

Mario Draghi come sostituto di Michel è la soluzione super partes per rompere gli schemi

di Adriana Cerretelli

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Draghi: "Il modello di crescita europeo si è dissolto, dobbiamo reinventarci"

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Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, di sicuro l’Europa in questi primi giorni del 2024 non promette faville. Al contrario, in largo anticipo sulla scadenza elettorale del 6-9 giugno prossimi, sembra già in balia di una caotica ingovernabilità, a livello nazionale e istituzionale Ue, appesa a 27 test politici obbligati, dovunque imposti dalle elezioni europee per il rinnovo del parlamento e di tutti i vertici dei suoi organi comuni. Sullo sfondo, i nervi scoperti dei Governi in carica e di quel che resta dei vecchi partiti tradizionali di fronte all’ascesa di estremismi e populismi, non solo di destra, che potrebbero travolgere l’ordine costituito.

Il malessere di Berlino e Parigi

Ammesso che Germania e Francia restino il motore propulsivo dell’Unione, peraltro sempre più stanco e grippato, né l’una né l’altra sono in gran forma. A Berlino la coalizione di Olaf Scholz non riesce a superare il mal di convivere tra i suoi opposti dogmatismi, il paese è bloccato dagli scioperi degli agricoltori, sostenuti da Cdu-Csu e Afd, contro il taglio delle sovvenzioni al diesel causa ristrettezze di bilancio: un po’ come avvenne sei anni fa e per ragioni simili con i “gilets jaunes” francesi.

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A Parigi il macronismo in crisi e privo di maggioranza parlamentare, umiliato nei sondaggi dal sorpasso della destra lepenista ma costretto a ingoiarne i voti per far passare la legge sull’immigrazione, gioca la solita carta del cambio del primo ministro. Toccherà al trentenne Gabriel Attal garantire entro giugno il «riarmo civile e morale» del paese per evitare al presidente lo schiaffo del trionfo di Marine Le Pen.

Le altre incognite

Impopolari, costretti sulla difensiva in casa e per questo distratti fuori, pur intendendosi poco tra loro il cancelliere e il presidente vivono due storie politiche parallele segnate dalla minaccia da destra, con l’aggravante, per la Germania, della rigidità ideologica di bilancio che rischia di complicare la soluzione dei problemi strutturali dell’economia, la vivibilità della transizione verde nonché il controllo delle tensioni sociali.

Tra il malessere dei due pesi massimi dell’Unione, l’Olanda che dopo la vittoria dell’estrema destra di Geert Wilders ci metterà mesi per darsi un nuovo Governo, la Spagna del Sanchez III appeso all’ostica alleanza con gli indipendentisti catalani, le elezioni portoghesi in marzo e le europee di giugno sul collo di tutti.

Tra il pericoloso stallo del conflitto in Ucraina e gli aiuti Ue sempre di là da venire, il Medio Oriente in fiamme, la sicurezza europea imbelle aggrappata allo scudo di un’America forse presto lontana, le elezioni di sabato a Taiwan i cui chip entrano in quasi tutte le tecnologie europee e dove lo scoppio di una guerra costerebbe al mondo circa 10 trilioni di dollari, il 10% del Pil globale.

La mossa di Michel

Tra crescita e competitività in calo, la riforma del patto di stabilità in attesa dell’imprimatur parlamentare e la revisione del bilancio pluriennale da decidere, tutto ci voleva tranne la spallata anche alla stabilità delle istituzioni Ue con l’uscita anticipata di Charles Michel, il presidente del Consiglio Ue che scade a novembre ma vuole un seggio a Strasburgo in mancanza di meglio. Se, nel mezzo di una congiuntura geopolitica incendiaria, di un anno elettorale che rischia di lasciarsi dietro morti e feriti, di una rivoluzione economico-industriale che ha bisogno di certezze per programmare gli investimenti necessari, l’Europa non si muovesse nel porto delle nebbie, non sarebbe niente di drammatico: morto un papa se ne fa un altro. E così sarà. Ma ci vorrà tempo se le candidature saranno valutate con il solito bilancino degli equilibri politici scaturiti dalle urne.

L’opportunità Draghi

In questo caso, secondo i Trattati, a subentrare a Michel sarebbe il presidente di turno dell’Unione, dal 1 luglio l’ungherese Viktor Orban, il Signor no dell’Ue, l’amico di Vladimir Putin, cioè Europa 2024 sulle montagne russe. A meno che, sotto il peso di troppe emergenze da superare, si rompessero gli schemi con un personaggio super partes, euro-curriculum impeccabile, competenze certe: Mario Draghi . Possibile? Forse, se l’Europa davvero decidesse si scommettere su sé stessa e la sua forza collettiva. È già successo con mercato unico e euro per uscire dall’eurosclerosi. Oggi in gioco ci sono sovranità e sopravvivenza identitaria.

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