Perché la “manovra del popolo” verrà pagata soprattutto dai giovani
di Alberto Magnani
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Reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, abolizione della riforma Fornero. Tre fra i capisaldi della «manovra del popolo» annunciati ieri dal vicepremier Luigi Di Maio rischiano di scaricarsi su un bersaglio comune: i giovani, intesi come il blocco anagrafico che è appena entrato nel mercato del lavoro o cercherà di metterci piede nei prossimi anni.
Ad aumentare la “tassa” sulle nuove generazioni sono soprattutto le due misure che hanno tenuto sotto pressione fino all'ultimo l’esecutivo, l’abolizione della Fornero in primis e il reddito di cittadinanza (oltretutto destinato a sottrarre fondi al programma europeo Garanzia Giovani).
Un tandem di misure dai costi importanti - 7 miliardi di euro la prima, 10 miliardi la seconda - senza garanzie chiare sui risultati. Il reddito di cittadinanza potrebbe creare più spese che benefici, mentre il nuovo sistema pensionistico, la cosiddetta quota 100, si tradurrebbe in un carico fiscale ultradecennale per le nuove generazioni. Senza considerare alcuni effetti collaterali a misure minori, come un incremento del precariato.
La zavorra della quota 100 e il (finto) contrasto giovani-anziani
Iniziamo dalla seconda. Il costo più tangibile, per le nuove generazioni, arriverebbe dall’introduzione della cosiddetta quota 100 sulle pensioni (un sistema che permette di andare in pensione in anticipo quando si raggiunge la somma 100 fra età anagrafica e anni totali di contributi). Qui si parla di un costo di 7 miliardi per il 2019, ma la spesa rischia di spalmarsi soprattutto sul lungo periodo. Il perché è abbastanza semplice. Se si permette di abbassare l’età pensionsabile rispetto ai 67 anni attuali, le opzioni sono due: abbassare l’assegno pensionistico di chi sceglie di ritirarsi prima o far pagare il tutto alla fiscalità generale. A quanto si apprende la via percorsa dalla quota 100 dovrebbe essere la seconda, traducendosi in un maggior carico di tasse per chi verserà i contributi in futuro. «È abbastanza chiaro che i costi si scaricherebbero in maniera sempre maggiore sui giovani, cioè chi lavorerà in futuro» spiega Francesco Daveri, ordinario di Politica economica all’Università di Parma e docente di Macroeconomia alla business school della Bocconi.
Sia Salvini che Di Maio hanno sostenuto, però, che la platea di lavoratori in uscita (400mila) lascerebbe spazio a un numero identico di giovani in entrata. Un gioco a somma zero che, però, trova pochi riscontri nei fatti. «Dietro sembra
