Petrolio e gas, forze ribassiste prevalgono sui rischi geopolitici
Gli analisti restano ottimisti su offerta e prezzi. Mercato in mano ai fondi (in gran parte algoritmici), influenzati soprattutto dalle mosse delle banche centrali
di Sissi Bellomo
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Petrolio e gas iniziano l’anno all’insegna della volatilità. Gli spunti rialzisti non mancano, dal rischio geopolitico all’ondata di freddo che sta investendo gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti. Ma le fiammate dei prezzi tendono ad esaurirsi in fretta, in un mercato in cui i fondamentali passano spesso in secondo piano rispetto ai segnali macroeconomici e alle attese sulle prossime mosse delle banche centrali.
La prospettiva di un allentamento della stretta monetaria da parte della Fed senza dubbio ha contribuito a rianimare le quotazioni del greggio nelle prime sedute del 2024. E probabilmente non è un caso che il rally giovedì 4 abbia tirato il freno, proprio quando i dati sull’occupazione Usa hanno spento l’entusiasmo su una riduzione dei tassi oltre Oceano, facendo risalire i rendimenti dei Treasuries, e poco dopo la conferma di una ripresa dell’inflazione a dicembre sia in Germania che in Francia, altro segnale che allontana l’inversione di rotta sui tassi (in questo caso da parte della Bce).
Sono i classici segnali che fanno reagire i fondi algoritmici, la cui presenza sui mercati petroliferi oggi è massiccia, al punto da generare quasi l’80% degli ordini, come scrive Bloomberg. In generale l’orientamento degli speculatori è ribassista: gli hedge funds nel 2023 hanno mantenuto un’esposizione netta lunga (all’acquisto) che in media risulta essre la più bassa dal 2011.
Il Brent, che mercoledì 3 aveva guadagnato oltre il 3%, giovedì ha invertito la rotta concludendo la seduta in ribasso di circa il 2%, sotto 77 dollari al barile. Eppure non ci sono state schiarite sul fronte geopolitico, che oggi rappresenta la maggiore fonte allarme per il mercato.
I timori di un’escalation in Medio Oriente sono più che mai vivi, gli attacchi alle navi nel Mar Rosso continuano a fare paura. E nel frattempo anche in Libia la situazione è tornata a surriscaldarsi, con ripercussioni sull’offerta di petrolio: un’ondata di proteste ha fermato due grandi giacimenti, prima Sharara e poi El Feel (partecipato da Eni), con una capacità di produzione complessiva di 365mila barili al giorno.



