Quotazioni a picco

Petrolio: dalla guerra ai dissidi sulle quote, ecco perché l’Opec+ ha rinviato il vertice

Le quotazioni del barile sono affondate sulla notizia inattesa dello slittamento del vertice dei produttori, dal 26 al 30 novembre. Le trattative nel gruppo si stanno facendo sempre più difficili. E non dipende solo dalla debolezza dei prezzi

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Il conflitto in Israele, che crea imbarazzo nell’Opec+, moltiplicando le pressioni per una presa di posizione del gruppo se non addirittura forme di boicottaggio, sulla falsariga dell’embargo arabo del 1973. Ma anche il forte ribasso delle quotazioni del petrolio, zavorrate da un boom di produzione negli Stati Uniti che nessuno aveva previsto.

E poi il malessere crescente dell’Arabia Saudita, frustrata dalla perdita di quote di mercato e dall’inefficacia dei tagli produttivi, sacrificio di cui ora punterebbe almeno in parte ad alleggerirsi, distribuendo il peso in modo più equo tra i vari membri della coalizione: un riequlibrio che potrebbe avvenire anche attraverso il riordino delle quote produttive, ma il piano avviato lo scorso giugno oggi viene duramente contestato da alcuni Paesi africani.

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Sul tavolo dell’Opec+ c’è una matassa di problemi sempre più intricata, che si sta rivelando molto difficile da risolvere. È probabilmente questo aver spinto il gruppo a prendere tempo, con la decisione – tanto drastica quanto inattesa – di rinviare il prossimo vertice: la convocazione per ora slitta di appena 4 giorni, dal 26 al 30 novembre.

È la stessa data in cui inizierà la conferenza Cop28 sul clima, ospitata dagli Emirati arabi uniti, membro influente dell’Opec, che negli ultimi anni ha spesso puntato i piedi per ottenere più peso nel gruppo. Il rinvio al 30 novembre consente inoltre di attendere la fine della tregua fra Israele e Hamas, che inizia oggi e dovrebbe durare 4 giorni.

La riprogrammazione del vertice, che l’Opec+ ha ufficializzato mercoledì 22 con un comunicato di poche righe, senza fornire alcuna giustificazione della scelta, ha accelerato le vendite sul petrolio. I ribassi – complice anche un nuovo accumulo delle scorte di greggio negli Usa – hanno superato il 5% nel corso della seduta, spingendo il Brent sotto 79 dollari al barile e il Wti sotto 74 dollari, di nuovo intorno ai minimi da quattro mesi.

Di sicuro si è sgonfiata l’aspettativa di tagli di produzione più incisivi, ipotesi che aveva preso quota soprattutto per i commenti di alcuni analisti e le considerazioni filtrate da anonimi funzionari Opec. Ma forse comincia anche a riemergere l’idea che Riad possa finire col vendicarsi della scarsa collaborazione degli alleati inondando il mercato di greggio e mandando a picco i prezzi, strategia che peraltro ha già adottato in passato.

La produzione saudita, tra tagli Opec+ e riduzioni supplementari “volontarie”, è scesa ad appena 9 milioni di barili al giorno, a fronte di una capacità di oltre 12 mbg. Gli Usa sono invece arrivati ad estrarre più di 13 mbg, un record storico, e soprattutto esportano a livelli senza precedenti: oltre 4 mbg, il 20% in più rispetto all’anno scorso. Persino la Russia, nonostante le sanzioni occidentali e in barba ai patti con l’Opec+, oggi produce più dell’Arabia Saudita: 9,45 mbg a ottobre stima S&P Global Platts, 20mila bg più del mese precedente.

Secondo indiscrezioni riferite dalla stessa Platts, i dissidi più aspri nell’Opec+ oggi coinvolgono tuttavia i Paesi africani: in particolare Nigeria e Angola, recalcitranti di fronte alla richiesta di accettare quote più basse in considerazione delle difficoltà produttive di cui soffrono ormai da anni.

Lo scorso giugno, in un vertice particolarmente difficile, i sauditi erano riusciti a far approvare un riordino delle quote, condizionato ai risultati di un audit indipendente sulla capacità produttiva di ciascun Paese da effettuare entro novembre (i tagli extra messi sul piatto da Riad erano probabilmente la contropartita).

La valutazione degli esperti avrebbe ora confermato che un abbassamento delle quote è giustificato per tutti i membri africani, eccetto Gabon e Sud Sudan. Ma nessuno vuole farsi ridimensionare. Il ministro angolano Diamantino Azevedo in particolare, che aveva già abbandonato in polemica il vertice di giugno, avrebbe deciso di boicottare anche il prossimo incontro.

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