Sbagliando si impara

Piccole Donne, ovvero le sorelle March come modelli di leadership e crescita personale

Piccole Donne racconta la storia delle quattro sorelle March - Meg, Jo, Beth e Amy – che vivono con la loro madre nel New England durante la Guerra Civile Americana. Ma parla anche della leadership nella complessità e della saggezza che può nascervi, dei valori che non possono essere tralasciati quando si tratta di compiere scelte fondanti, dei progetti e dei traumi della vita, della morte, delle ripartenze

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Mi rendo conto che, per le bambine di oggi, forse oggi ci siano storie più calzanti di Piccole Donne. Caterina con i suoi 3 anni suonati mi rincorre per casa raccontandomi di principesse che si salvano da sole e di corsi per fate madrine professionalizzanti e la mia amica Shervin ha raccontato di fronte a migliaia di persone le storie di sua nonna e delle molte donne iraniane che non solo si stanno salvando, ma stanno anche salvando la loro terra; Kamala ha sfidato Trump alle elezioni d’America (vero che ha perso, ma ha di certo combattuto) e forse le principesse non sono sparite, si sono solo evolute in eroine differenti e il tutto in una manciata d’anni. Ve ne parlerò - di questo tema delle principesse - ma nel frattempo avevo premura di chiedermi: ma le Piccole Donne che hanno così fortemente modellato il mio sentire, hanno ancora qualcosa da offrire?

Piccole Donne l’ha scritto Louisa Alcott nel 1868 e lei, quella storia, non la voleva scrivere.

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Si sentiva vocata a grandi romanzi, al noir, alla definizione di personaggi di livello, ma le bollette - anzi - le spese di mantenimento di tutta la famiglia doveva pagarle lei, e quindi aveva accettato, suo malgrado, di pubblicare quel romanzo di formazione per giovani ragazze (se non è questo essere eroine, allora cos’è?). Rimase lei stessa sorpresa dal successo che i suoi personaggi, così simili a quelli che avevano popolato la sua vita, riscossero in pochissimo tempo in America e in Europa, facendola divenire una superstar, la Shonda Rhimes della fine dell’800.

Piccole Donne racconta la storia delle quattro sorelle March - Meg, Jo, Beth e Amy – che vivono con la loro madre nel New England durante la Guerra Civile Americana. Ma Piccole Donne parla anche dei tipi psicologici di Jung, della leadership nella complessità e della saggezza che può nascervi, dei valori che non possono essere tralasciati quando si tratta di compiere scelte fondanti, dei progetti e dei traumi della vita, della morte, delle ripartenze. E ogni sorella lo fa a modo proprio. Vivere, intendo. E anche tutto il resto.

Meg, la dolcezza del fare

La sorella maggiore ideale, l’apripista materna e sempre disponibile. Più che la guida, è la figura che vorremmo sempre avere al nostro fianco: discreta ed accogliente, aperta al dialogo, sensibile, operosa. La vita non le sorride (almeno nel libro) ma lei continua a darsi da fare, ricordandoci che nulla possiamo fare da soli. Possiamo autodeterminarci, certo che sì, ma senza team non esiste leadership, senza compagni non esiste gruppo, senza execution ogni strategia non arriva a compiersi, scoppiando come una bolla di sapone. La figura di Meg ci ricorda tre cose: la prima è che chiedere supporto e consiglio non è mai sbagliato; la seconda è che l’unione fa la forza (sempre). La terza è un invito a “fare” prima di pensare (come mi disse Marco Ovidi, caro amico ora docente di finanza): a volte anche pensare troppo fa male, mettersi all’opera invece ci aiuta a superare le difficoltà, lasciando da parte il panico, la paura, il rischio.

Jo, il coraggio di sognare

La vera drama queen della storia, sognatrice e fantasiosa, Jo è la creativa della famiglia, colei che sceglie le battaglie da combattere (e poi le combatte). È il punto di vista attraverso cui si leggono le situazioni, quel collega che ha l’autorità per dire “questo progetto fa schifo”, “quel cliente è incoerente”. Gliene capitano di tutti i colori non tanto per sfortuna, ma perché se le va a cercare: sembra che tutti i suoi desideri non si realizzino (ma alla fin fine sono talmente grandi che sarebbe davvero difficile vederli tutti “belli e fatti”) ma poi si scopre che ci sono modi non immediati per aggirare i problemi ed individuare nuove soluzioni creative. La figura di Jo ci ricorda altre tre cose: la prima (che ribadisce Andrea Febbraio, guru del digital marketing) è che bisogna sempre sognare in grande. La seconda è che esistono più soluzioni ad uno stesso problema (e per un punto possono passare infinite rette). La terza è che la leadership è un talento (per quanto innato) che non deve mai smettere di essere alimentato.

Beth, la scelta di amare

Ricordatelo: quello che nelle storie ci lascia le penne si identifica subito e con grande facilità. Beth è troppo buona per essere vera: mai un lamento, umile, santa martire. Anche troppo - viene da dire. La sorella inferma, che si ammala per aver aiutato una famiglia bisognosa e contraendo per questo una grave malattia, al tempo incurabile - è un personaggio che sembra fuori tempo già alla fine dell’800. Nel nostro tempo, tuttavia, ci sono molti valori che sembrano antiquati (ma che un perché ce l’hanno e vale ancora la pena di farci un pensiero). La mansuetudine, ad esempio. Non sempre è necessario lottare. Non sempre è necessario alzare polveroni. Talvolta basta solo lasciare andare, avere pazienza, perché le cose cambiano, come cambia tutto. E perché in un’epoca in cui tutti alzano la voce, urlando di più si crea solo una gran confusione. Lo dico da figlia di padre mansueto.

Amy, l’eleganza di danzare

La piccola di casa, frivola ed esteta, tutta pianti e grandi ambizioni da raggiungere, a un certo momento si redime e va a prendersi ciò che desidera, sbaragliando la concorrenza, puntando all’obiettivo, mettendo a frutto le proprie capacità (che forse tutti avevano un po’ sottovalutato). Amy è il pianista sull’oceano che accende la sigaretta con il calore delle corde, è il sogno della start up che non vende fuffa e che rivoluziona il mercato, è la meta inaspettata che ribalta il risultato al 79’. Lo ammetto, Amy mi piace più delle altre, perché se Meg, Jo e Beth sono modelli già visti, già immaginati, Amy sbaraglia questa credenza e ci dice che (ieri come oggi) i modelli ce li creiamo da soli e sono modificabili, adattabili ai contesti mutevoli. Non esiste una sola leadership, non esistono molte volte giusti e sbagliati: Amy ci insegna a stare pronti. Non cauti, pronti. A cogliere le opportunità, a rimetterci in gioco quando tutto sembra perduto, a scoprire talenti nuovi, a valorizzare quelli che sembrano inutili. Amy è il fattore sorpresa delle nostre vite e delle nostre professioni. Lasciamole spazio di azione.

Insomma, sembra che Alcott abbia voluto affidare al romanzo di crescita e formazione femminile per eccellenza il compito di raccontare qualcosa di eterno (il divenire umano). E oggi abbiamo tutti una paura tremenda dell’eternità. Per non parlare di quella del cambiamento. Rileggo Piccole Donne e mi sembra di scardinare quella paura, almeno in qualche tratto, e vi propongo di fare altrettanto, sentendoci propriamente - tutte e tutti, a prescindere da provenienza, genere o età - sorelle.

*Consulente di Newton Spa

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