Portafoglio sull’altalena: le strategie per superare la sindrome da 2008
Siamo reduci da oltre un quindicennio che è stato molto positivo per gli investimenti in generale, ora tutto sembra seriamente compromesso
di Andrea Gennai
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I punti chiave
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Quasi 131 dollari al barile. È la quotazione che ha raggiunto il petrolio Wti negli ultimi giorni prima di correggere vistosamente. Era dal luglio del 2008 che non si raggiungeva un livello di prezzo così alto. Il 2008 non è un anno qualsiasi nella mente dei risparmiatori: è stato l’anno simbolo della grande crisi con il crack Lehman. Il culmine di una tensione finanziaria che ha provocato il maggior mercato ribassista di questo secolo con una flessione del 57% sull’indice S&P 500 e una durata di ben 17 mesi. E proprio il timore che possa ripetersi un evento del genere tiene in apprensione gli investitori.
Siamo reduci da oltre un quindicennio che è stato molto positivo per gli investimenti in generale. L’intervento delle banche centrali, scaturito proprio da questa crisi, ha determinato un periodo di repressione finanziaria con tassi sempre più in basso e il rally del mercato obbligazionario e azionario. Ora tutto questo sembra seriamente compromesso. Nella migliore delle ipotesi avremo un rallentamento marcato.
Il confronto 2008-2022
Quanto sono paragonabili i due periodi? «Nel 2008 - spiega Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte - non ci fu un’inflazione altissima (in media 3,8%), oggi, invece, è una aggravante che riduce pesantemente i salari reali (già in negativo da 11 mesi consecutivi) e questo potrebbe comportare anche negli Usa un rallentamento marcato fino all’ipotesi della stagflazione». Non subiremo tutti gli effetti con la stessa intensità. «Nel 2008 poi - continua Cesarano - non c’era tutta la liquidità in circolazione oggi e non avevamo sperimentato la fase pandemica, di chiusura estrema e riapertura improvvisa, che ha creato uno squilibrio tra domanda e offerta facendo schizzare i prezzi».
Nel 2008 ci fu il crack Lehman e il mercato interbancario si fermò. La Russia rappresenta un possibile fallimento più di natura geopolitica. «Il vero problema - conclude Cesarano - è quello delle controsanzioni da parte di Mosca e il rischio di mancati pagamenti che la Russia ha in sospeso con il sistema bancario globale oltre che verso le aziende coinvolte. Se si crea diffidenza tra le banche il mercato monetario può risentirne. Lo stop allo Swift, ad esempio, può creare qualche problema. Se la Fed riattivasse le linee di swap in dollari potrebbe rappresentare un primo segnale di reazione contro i rischi di tensione estremi».
Strategie aggressive
Come affrontare questa fase di turbolenza? Il vero investitore pianifica i propri investimenti nel medio e lungo termine con obiettivi di vita. Negli ultimi anni siamo tutti diventati ipersensibili alle dinamiche di breve. Se analizziamo i mercati azionari dal 1980 a oggi, un lasso di tempo che ha visto guerre e crisi economiche, osserviamo come l’indice Msci Europe abbia registrato perdite dai massimi di mercato, durante l’anno, intorno al 15%: in 32 casi su 42 poi la chiusura dell’anno è stata in positivo (dinamica simile all’S&P 500). I ribassi sono diventati opportunità. Nelle ultime sedute l’indice Msci Europe è arrivato a perdere il 15% e poi ha rimbalzato.


