Sbagliando si impara

Prendere decisioni nella complessità: il ruolo delle abitudini

Il libro “Guardate meglio” di Tali Sharot e Cass R. Sustain esplora il potere dell’abituazione e come influisce sulla nostra vita quotidiana

di Massimo Calì*

4' min read

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Scrivendo recentemente della differenza, nel valutare il contesto in cui ci muoviamo per prendere una decisione, tra andare a cercare cosa c’è in quel contesto che è simile ad altri già affrontati, invece di andare a cercare cosa c’è di diverso rispetto ad altri problemi simili, suggerivo che non è solo una questione di aspetti più o meno visibili dei problemi stessi, ma soprattutto di abitudine a farlo. Abitudine connaturata ad alcune nostre caratteristiche come esseri viventi.

Non è una tesi mia (almeno!) ma è tornata di attualità nei miei pensieri leggendo il libro “Guardate meglio” di Tali Sharot e Cass R. Sustain, che ragiona dalla prima riga su “come ci abituiamo ad ogni cosa, sempre”. E da subito apre agli effetti: ci abituiamo alle cose entusiasmanti, che perdono così il loro smalto. Ma ci abituiamo anche a quelle brutte, e se è un bene perché ci aiuta a sopportarle, è vero anche che se ci abituiamo saremo meno motivati a cercare di cambiarle.

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Parte così il viaggio nell’abituazione, cioè la graduale diminuzione dell’attenzione e della risposta a stimoli che si ripetono, che è differente dall’abitudine normalmente intesa, che ha a che fare con il tipo di comportamento automatico dato dal nostro cervello quando non riconosce uno stimolo come sufficiente a ricercare soluzioni diverse da quella usuale.

Sharot e Sustain sono due scienziati, divulgatori celebri per aver scritto molto di comportamenti umani e le loro idee sono utili anche nel mondo manageriale e aziendale. Tali Sharot in particolare è una neuroscienziata che ha lavorato molto sulla base neurale delle emozioni e delle decisioni. Cass Sustain aggiunge la parte di economia comportamentale, e molti lo conoscono per aver codificato e diffuso, insieme a Thaler, il concetto di Nudge – Spinta gentile, nel giustamente celebre libro omonimo.

Perché l’abitudine ci rende ciechi

In questo nuovo testo, che si legge d’un fiato in quanto divulgativo nel senso migliore del termine (semplice ma non semplicistico), ci aiutano a capire “perché l’abitudine ci rende ciechi”, come recita il sottotitolo in italiano. Che rende un po’ meno americaneggiante e manuale di auto-aiuto l’originale e comunque suggestivo “il potere di notare cosa è sempre stato lì”. Ci sono molti spunti, vi segnalo le tre cose che hanno in particolare colpito me (ma c’è molto altro, ovviamente).

La prima: leggendolo, mi sono trovato spesso a pensare “beh, ovvio. Certo, chiarissimo. Eccome, questa cosa la so bene, accade spesso anche a me. Ok, ovvio che funzioni così”. Questa serie di micro reazioni per un momento (non quantificabile) hanno rischiato di ingannarmi, e mi stavano facendo considerare il testo ben scritto e scorrevolissimo, ma in fondo “niente di nuovo”. Ad un certo punto, e chissà se è voluto dagli autori, la scintilla: mi sono reso conto che ero vittima di una abituazione al concetto di abituazione. Mi serviva cioè dis-abituare il mio cervello a considerare i singoli contenuti (mis-informazione, varietà, creatività) solo verticalmente (cosa c’è di uguale tra questa cosa che sto leggendo e quello che già so) per cercare cosa c’era di diverso tra quanto già sapevo e quanto stavo leggendo. E l’ho trovato proprio nel filo conduttore, nella connessione che gli autori stavano raccontando tra l’abituazione e i contenuti stessi: cosa hanno in comune i social media, la resilienza, l’abitudine a mentire? La caratteristica del nostro cervello ad essere predisposto all’abituazione, appunto.

Seconda cosa. Non è che i singoli argomenti fossero anche per me ugualmente conosciuti, almeno nella chiave di lettura proposta dal libro. Senza svelare troppo, ne sottolineo due: creatività e resilienza. Mi occupo di creatività per mestiere e per passione e non è certo nuova la zona di pensiero legata al concetto che cambiare le proprie abitudini favorisca la creatività. Ma esperimenti e studi che aggiungano tasselli significativi all’idea che le persone con una abituazione lenta (o dis-abituazione veloce) siano anche più creative, danno una prospettiva ulteriore e nuovi spunti di utilizzo al concetto.

E la resilienza? Parola molto di moda, sono tra quelli contenti che lo sia perché è una caratteristica personale molto utile; al tempo stesso proprio per il suo recente sovrautilizzo è una parola a rischio retorica e banalizzazione. E allora, ben vengano Sharot e Sustain a chiederci quanto tempo ci vuole per riprendersi da un cattivo voto, da un divorzio, da una pandemia, e se l’incapacità (anche fisiologica) di abituarsi rapidamente a certe situazioni renda le persone meno resilienti e più facilmente attanagliate da paure e senso di impotenza.

Infine, quello da cui il libro parte, ambiziosamente: la felicità. La rendo io semplicistica (gli autori no): l’abituazione fa diminuire la felicità. Se mi abituo alle cose belle, sono felice ma me ne rendo sempre meno conto, per la definizione stessa (reagiamo sempre meno a stimoli costanti). Oppure non mi accorgo (più) di cose che mi rendono infelice, togliendomi spinta a modificare cosa mi rende tale.

E questo lascia poi spazio lungo il testo a ragionamenti più ampi di tipo culturale e sociale, su ingiustizie, discriminazioni, tirannie, tematiche ambientali. Aprendo spunti di riflessione e di possibili direzioni da intraprendere, anche individualmente, verso un nuovo “futuro della disabituazione”. Sebbene, come citano gli autori, sia “difficile fare previsioni. Soprattutto sul futuro”.

*Partner di Newton SpA

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