Prendere decisioni nella complessità: il ruolo delle abitudini
Il libro “Guardate meglio” di Tali Sharot e Cass R. Sustain esplora il potere dell’abituazione e come influisce sulla nostra vita quotidiana
di Massimo Calì*
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Scrivendo recentemente della differenza, nel valutare il contesto in cui ci muoviamo per prendere una decisione, tra andare a cercare cosa c’è in quel contesto che è simile ad altri già affrontati, invece di andare a cercare cosa c’è di diverso rispetto ad altri problemi simili, suggerivo che non è solo una questione di aspetti più o meno visibili dei problemi stessi, ma soprattutto di abitudine a farlo. Abitudine connaturata ad alcune nostre caratteristiche come esseri viventi.
Non è una tesi mia (almeno!) ma è tornata di attualità nei miei pensieri leggendo il libro “Guardate meglio” di Tali Sharot e Cass R. Sustain, che ragiona dalla prima riga su “come ci abituiamo ad ogni cosa, sempre”. E da subito apre agli effetti: ci abituiamo alle cose entusiasmanti, che perdono così il loro smalto. Ma ci abituiamo anche a quelle brutte, e se è un bene perché ci aiuta a sopportarle, è vero anche che se ci abituiamo saremo meno motivati a cercare di cambiarle.
Parte così il viaggio nell’abituazione, cioè la graduale diminuzione dell’attenzione e della risposta a stimoli che si ripetono, che è differente dall’abitudine normalmente intesa, che ha a che fare con il tipo di comportamento automatico dato dal nostro cervello quando non riconosce uno stimolo come sufficiente a ricercare soluzioni diverse da quella usuale.
Sharot e Sustain sono due scienziati, divulgatori celebri per aver scritto molto di comportamenti umani e le loro idee sono utili anche nel mondo manageriale e aziendale. Tali Sharot in particolare è una neuroscienziata che ha lavorato molto sulla base neurale delle emozioni e delle decisioni. Cass Sustain aggiunge la parte di economia comportamentale, e molti lo conoscono per aver codificato e diffuso, insieme a Thaler, il concetto di Nudge – Spinta gentile, nel giustamente celebre libro omonimo.
Perché l’abitudine ci rende ciechi
In questo nuovo testo, che si legge d’un fiato in quanto divulgativo nel senso migliore del termine (semplice ma non semplicistico), ci aiutano a capire “perché l’abitudine ci rende ciechi”, come recita il sottotitolo in italiano. Che rende un po’ meno americaneggiante e manuale di auto-aiuto l’originale e comunque suggestivo “il potere di notare cosa è sempre stato lì”. Ci sono molti spunti, vi segnalo le tre cose che hanno in particolare colpito me (ma c’è molto altro, ovviamente).

