Prezzi Usa alle stelle. Quanto la Borsa è ormai abituata alle «cattive notizie»?
Wall Street tiene e i rendimenti Usa scendono dopo il dato sull’inflazione all’8,5% e ai massimi da oltre 40 anni. Le ragioni di un paradosso solo apparente.
di Maximilian Cellino
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I mercati appaiono ormai talmente assuefatti alle fiammate dell’inflazione da non scomporsi di fronte a un dato, quello in arrivo dagli Stati Uniti, che segnala sì una dinamica dei prezzi mai così sostenuta da oltre 40 anni, ma che in definitiva non si allontana poi molto dalle pur fosche previsioni. La reazione piuttosto contenuta degli investitori, a Wall Street così come in Europa, sembra in effetti potersi spiegare soltanto con l’assenza di una nuova, ennesima, sorpresa negativa (a marzo i prezzi Usa sono cresciuti dell’8,5% annuo, appena un centesimo di più delle attese) oltre che con un’avanzata inferiore al temuto per la componente «core», quella che esclude le voci più volatili e che è cresciuta «appena» del 6,5 per cento.
L’inflazione Usa ai raggi X
«Quest’ultimo dato potrebbe aver dato un po’ di sollievo ai mercati che si stavano preparando al peggio», conferma in particolare Matt Peron, direttore della ricerca di Janus Henderson, spiegando che una simile lettura «impedirà probabilmente un’azione ancora più aggressiva della Fed a breve termine». L’idea che si è dunque fatta strada subito dopo l’annuncio fra gli investitori è che quei dati non abbiano spostato di una virgola le intenzioni già piuttosto aggressive della Federal Reserve e quel probabile rialzo dei tassi di 50 punti base alla prossima riunione di inizio maggio finora ampiamente scontato dagli operatori.
Non rischia quindi di essere letto come un paradosso neanche il (parziale) recupero delle Borse europee (a Milano il FTSE MIB ha chiuso in calo dello 0,33%, ma ampiamente sopra i minimi della mattinata) propiziato proprio dall’avvio in rialzo di New York (che poi ha però nuovamente ceduto terreno per chiudere in negativo), né la pausa nella marcia al rialzo finora inarrestabile dei rendimenti dei titoli di Stato. Nel giorno in cui il Tesoro ha collocato BoT a 12 mesi per 6,5 miliardi di euro con un rendimento in forte aumento, ma ancora negativo (-0,105%, 33 centesimi rispetto a un mese fa), il decennale italiano si è attestato al 2,41%, quello tedesco allo 0,79% e il Treasury è tornato al 2,73 per cento.
Quale sarà il capolinea dei tassi?
I movimenti sull’obbligazionario continuano in ogni caso a rappresentare una specie di ago della bilancia, anche per gli altri mercati. E ai tanti che si chiedono quale potrà essere il possibile punto d’arrivo del ciclo rialzista dei tassi nominali prova a dare una risposta, sotto alcuni aspetti anche fuori dal coro, Florian Späte di Generali Investments quando indica che i rendimenti a 10 anni convergeranno nel lungo termine verso i valori attuali degli Ois (Overnight Indexed Swap, che indica il livello medio atteso dei tassi interbancari nel periodo considerato) a 5 anni: rispettivamente 2,40% per gli Stati Uniti e 1,35% per l’Eurozona. Il differenziale fra Treasury e Bund, quello che lo strategist chiama «spread transatlantico», potrebbe quindi dimezzarsi rispetto agli attuali quasi 200 punti e questo renderebbe l’investimento in titoli del Tesoro Usa «attualmente più interessante», almeno in termini relativi.
L’Europa e la recessione
Ragionando strettamente in chiave europea, l’indice Zew tedesco ha del resto fornito indicazioni contrastanti, scendendo di nuovo ad aprile (-35,9) dopo il crollo di marzo (-30,4), ma pur sempre meno rispetto alle attese. «Il calo di entrambe le componenti, quella attuale e quella prospettica, è stato meno pronunciato delle previsioni, probabilmente riflettendo il minore impatto economico a breve termine poiché il petrolio e il gas russi continuano per il momento a fluire», ha notato Markus Guetschow di Morgan Stanley, che rimane comunque «scettico» di fronte alla prospettiva di una vera e propria recessione «a meno che non ci sia un accordo per fermare le importazioni di energia da Mosca nel breve termine». Un modo, anche questo, per riportare in fondo l’attenzione sul conflitto in corso, e sulle decisioni (difficili) che la Germania e di conseguenza l’intera Europa sono chiamate a prendere.


