Quando la giustizia emerge dietro il “velo di ignoranza”
Le riforme istituzionali, le leggi elettorali, le riforme di rango costituzionale devono essere condivise. E questo per evitare di generare distorsioni durature sulla sola base di differenze contingenti
di Vittorio Pelligra
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Che cos’è la giustizia? «Non v’è altra domanda – scrive il giurista e filosofo Hans Kelsen – la quale sia stata discussa in modo tanto appassionato; non v’è altra domanda per la quale si siano versati tanto prezioso sangue e tante amare lacrime; non v’è altra domanda alla quale sia stata dedicata una riflessione tanto intensa (…) eppure, questa domanda resta ancora oggi, come in passato priva di risposta. Sembra essere una di quelle domande – continua Kelsen – per le quali v’è la rassegnata consapevolezza che l’uomo non potrà mai trovare una risposta definitiva, ma potrà soltanto cercare di formulare meglio la domanda» (Che cos’è la giustizia? Lezioni americane, 2015, Quodlibet).
John Rawls è tra quelli, non moltissimi, che nel panorama contemporaneo hanno provato a «formulare meglio la domanda». Per Rawls la giustizia riguarda innanzitutto la «struttura di base» e non direttamente i singoli.
È un qualcosa che ha a che fare con la natura delle nostre istituzioni fondamentali, le norme, il mercato, la proprietà, la famiglia.
La giustizia, in questo senso, definisce il modo in cui attraverso queste istituzioni le comunità distribuiscono ai loro membri i benefici che si generano dalla vita associata, ciò che riusciamo ad ottenere vivendo insieme e che non saremmo stati in grado di ottenere da soli.
I principi di giustizia vengono individuati, nello schema teorico di Rawls, attraverso un processo di negoziazione e stabiliti, resi vincolanti, grazie alla sottoscrizione di un contratto sociale.



