Leone in Camerun, l’appello contro i «capricci di ricchi» e il nodo della crisi anglofona
dal nostro corrispondente Alberto Magnani
di Vittorio Pelligra
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Le pagine del prestigioso Journal of Philosophy del marzo del 1995 ospitarono uno dei dialoghi filosofici più famosi degli ultimi decenni: quello tra il filosofo americano John Rawls e il filosofo tedesco Jürgen Habermas. Due giganti a loro modo, esponenti di punta di due tradizioni filosofiche differenti e poco dialoganti come quella post-analitica nordamericana e quella europea di matrice post-marxista. Il dialogo si articola in un saggio critico di Habermas intitolato “Riconciliazione tramite l’uso pubblico della ragione: considerazioni sul liberalismo politico di John Rawls” nel quale il filosofo tedesco si concentra sulla teoria della giustizia di Rawls e di una risposta alle critiche da parte di quest’ultimo che ha come titolo semplicemente “Risposta a Habermas”.
Ci saranno altri interventi e altre opere dove Habermas tornerà sul pensiero di Rawls - come in “Ragionevole contro vero. La morale delle visioni del mondo” o nel suo recente Una storia della filosofia. Per una genealogia del pensiero postmetafisico (Feltrinelli, 2022) - riconoscendo una convergenza con il filosofo americano che, nel frattempo, aveva avuto modo di chiarire e sviluppare alcune delle sue posizioni più problematiche con la pubblicazione de Il Diritto dei Popoli nel 1999 e, soprattutto, con quella di Giustizia come equità. Una riformulazione del 2001. Lo scambio avrà anche l’effetto indiretto di portare all’attenzione di molti l’idea di “democrazia deliberativa”, una democrazia fondata, cioè, non solo sulla partecipazione ma sulla pubblica discussione e la condivisione di ragioni profonde per la convivenza e la cooperazione.
Come si può fondare e mantenersi stabile nel tempo una struttura di base istituzionale in un contesto politico caratterizzato dal pluralismo delle idee, dall’esistenza di visioni del mondo ragionevoli ma comunque in radicale contrasto e incompatibili tra loro? Questo il punto centrale del dialogo e anche il punto in cui si registra la maggiore distanza tra le posizioni dei due filosofi. È questa la domanda fondamentale da cui ha origine la riflessione del “secondo Rawls”, quello “politico”, a cui Habermas si rifà, criticandone però l’esito. Il confronto, quindi, ha luogo su un campo comune - quello della origine della legittimazione e della stabilità delle società liberali – dove si scontrano due prospettive che sono simili nelle finalità ma diverse per quanto riguarda la via da percorrere per giungere alla meta. Per Rawls la strada è quella del “metodo dell’evitamento” (“avoidance”) e del “dovere di civiltà” (“duty of civility”).
Nel primo caso si tratta di concordare sul fatto che in una società liberale bene-ordinata, le diverse concezioni del mondo che si fondano su pretese di verità assolute, siano esse religiose o secolari, devono essere tenute fuori dall’arena pubblica. I cittadini, come singoli, naturalmente hanno tutto il diritto di sposare una di queste visioni ideali con piena libertà di coscienza e manifestazione del pensiero, ma tenendo le ragioni che hanno origine in quelle visioni del mondo fuori dalle istituzioni ove si prendono decisioni che diventano vincolanti per tutti anche per coloro che hanno visioni del mondo differenti.
Il “dovere di civiltà”, poi, come abbiamo già avuto modo di sottolineare nelle scorse settimane prevede che le proprie ragioni siano espresse pubblicamente in termini che devono essere rispettosi delle differenti opinioni morali o credenze religiose degli altri. Scrive Rawls al riguardo che “L’ideale di cittadinanza impone un dovere morale, non legale – il dovere di civiltà – di essere in grado di spiegarsi reciprocamente su questioni fondamentali come i principi e le politiche che sosteniamo e votiamo possano essere supportati dai valori politici della ragione pubblica (…) L’unione del dovere di civiltà con i grandi valori della politica produce l’ideale dei cittadini che si governano in modi che ciascuno pensa che gli altri possano ragionevolmente accettare”.