Schlein, Bonaccini e il mantra dell’unità. Almeno fino alle Europee del 2024
La segretaria punta a una gestione unitaria del Pd per evitare fughe e guerre interne. Ma Parisi avverte: meglio il confronto schietto che un unanimismo di facciata con le valigie in mano
di Emilia Patta
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L’applauso di tutti i vecchi capicorrente e dei vari capibastone del Pd mentre la segretaria Elly Schlein, nel suo discorso di insediamento nella cornice della Nuvola di Massimiliano Fuksas all’Eur, strigliava proprio loro («abbiamo un male da estirpare dentro di noi, non voglio mai più vedere stranezze o cose irregolari sui tesseramenti, capi bastone e cacicchi vari. Su questo non sono disposta a cedere di un millimetro») ha qualcosa di surreale. E a più di un cronista parlamentare ha ricordato l’applauso scrosciante di tutto il Parlamento mentre il 22 aprile di ormai 10 anni fa il rieletto presidente Giorgio Napolitano strigliava i partiti, tutti, per non essere riusciti a fare quelle riforme costituzionali necessarie per garantire governabilità e stabilità.
L’applauso della Nuvola e il precedente di Napolitano
Il capitolo riforme costituzionali come è noto è ancora sul tavolo della politica italiana, tutto da scrivere o riscrivere. Ma quel che qui importa sottolineare è il senso di sollievo e di liberazione che si portano dietro, a distanza di tempo, quei due applausi: dieci anni fa il gruppo dirigente del Pd era andato a sbattere proprio sull’elezione del Capo dello Stato bruciando uno ad uno nomi del calibro di Franco Marini e di Romano Prodi (i famosi 101) prima di affidarsi alla soluzione bipartisan del presidente uscente; domenica all’assemblea del Pd buona parte di quello stesso gruppo dirigente ha saputo e voluto ritrovarsi unito attorno alla fresca leadership della giovane ex movimentista Elly Schlein dopo mesi di guerre intestine, divisioni e scissioni evocate e forse anche progettate. La domanda di rito è: durerà?
I margini stretti di Schlein e la necessità dell’abbraccio con Bonaccini
La segretaria, proponendo il suo ex sfidante alle primarie Stefano Bonaccini come presidente del partito e facendolo eleggere dall’assemblea praticamente per acclamazione, ha voluto dare subito un segnale di inclusione e di unità. Né poteva fare altrimenti: le primarie aperte agli elettori le ha sì vinte a sorpresa lei con il 53% dei voti, ma il congresso tra gli iscritti ha incoronato lui con il 54% contro il 34%. Una diarchia di fatto, se non di diritto, che impone alla nuova classe dirigente la massima cautela se si vogliono evitare clamorose uscite a destra proprio mentre rientrano da sinistra i bersanian-dalemiani di Articolo 1.
Se il governatore dichiara la fine dell’opposizione interna
Da parte sua Bonaccini, da buon uomo di partito emiliano che gioca per la “ditta”, fa la sua parte. «Diamo tutti e tutte una mano al grande lavoro che ci aspetta, anche le vittorie arrivano se tanti lavorano per uno stesso obiettivo - sono le sue parole appena eletto presidente -. Ho accettato il ruolo di presidente con questo spirito, non mi sento minoranza né opposizione, il Pd è casa mia. Il successo di questo partito ci riguarda tutti, possiamo avere opinioni diverse e alcune le abbiamo, ma le faremo vivere nel confronto leale».
Verso una segreteria allargata: fino a quando?
È con questo spirito che nelle prossime ore si andrà verso una segreteria “allargata” ad esponenti della minoranza (si fanno i nomi di Alessandro Alfieri, portavoce della corrente Base riformista, e di Pina Picierno, vice di Bonaccini nella campagna congressuale). Ossia una gestione collegiale, senza un’opposizione interna formalizzata. Tutti a sostegno della segretaria, dunque, almeno fino a quelle europee del 2024 che dovrebbero - negli auspici di tutti i dem - ristabilire il primato del Pd all’interno del centrosinistra e magari sfidare il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, per il primato di primo partito d’Italia. D’altra parte è stato così financo con Matteo Renzi, almeno fino all’ormai mitico 41% alle europee del 2014. La vera sfida per Schlein inizierà dopo.

