Agricoltura

Sovranità alimentare: Europa sempre meno autonoma su soia, mangimi e fertilizzanti

Secondo uno studio di Areté e S&P commissionato dall’Europarlamento oltre al già noto deficit di materie prime, sta crescendo la dipendenza dall’import dei cosiddetti fattori produttivi essenziali

di Alessio Romeo

 Le farine di soia sono usate prevalentemente nella mangimistica

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Europa in rosso. Non solo l’Italia, il cui deficit di materie prime è noto, ma l’intero sistema agroalimentare europeo è sempre più dipendente dalle importazioni di fattori produttivi essenziali. Alcuni con percentuali che sfiorano il 100 per cento. Crisi climatica, geopolitica e logistica hanno aumentato le difficoltà di approvvigionamento. Mentre da Bruxelles arriva la prima risposta formale alle proteste del mondo agricolo con la proposta di cancellare definitivamente i principali vincoli ambientali che hanno frenato la produzione e si riaprono i cantieri dell’ennesima riforma della Politica agricola comune, uno studio commissionato dall’Europarlamento certifica la dipendenza del sistema agroindustriale dell’Unione da input chiave come soia e derivati, fertilizzanti fosfatici e minerali ferrosi. Le cui forniture provengono in alcuni casi da paesi a rischio, con un terzo dei fertilizzanti, a esempio, che prima della guerra all’Ucraina proveniva dalla Russia.

Lo studio, condotto da Areté con la collaborazione di S&P Global Commodity Insights, mette in luce le criticità che derivano da un’elevata dipendenza dall’import di materie prime e fattori produttivi, specialmente se provenienti da un numero ridotto di paesi terzi. Anche se il deficit estero della Ue resta, nel complesso, relativamente limitato (il valore degli input importati è pari al 10% del totale della produzione agroalimentare), il grado di dipendenza dall’import aumenta notevolmente per certe tipologie di prodotti, soprattutto materie prime e fattori produttivi.

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I casi più eclatanti riguardano soia e derivati, fertilizzanti fosfatici e minerali ferrosi, ma anche alcuni prodotti industriali usati nei processi produttivi. L’84% dei semi di soia impiegati nell’Ue sono importati: il 50% proviene dal Brasile e il 35% dagli Stati Uniti. Per le farine di soia (usate prevalentemente nella mangimistica) il deficit raggiunge il 97% (il 46% proviene dal Brasile e il 39% dall’Argentina).

Il 68% dei fertilizzanti fosfatici arriva dall’estero, in prevalenza da Marocco (28% del totale) e Russia (23%). Il deficit è meno marcato, ma comunque pari al 31% del fabbisogno Ue, anche per le materie prime utilizzate per produrre fertilizzanti potassici, che sono inoltre esposte a notevoli rischi geopolitici (nel 2019, indica lo studio, il 34% delle importazioni proveniva dalla Russia e il 30% dalla Bielorussia). I computer e le apparecchiature elettroniche e ottiche, di grande importanza per l’agricoltura 4.0 e l’automazione dell’industria alimentare, provengono per oltre il 60% da paesi terzi, in particolare da Cina (25% dell’import) e Usa (16%).

L’analisi considera anche i fattori esterni che possono ulteriormente aggravare la vulnerabilità del sistema agroalimentare Ue. A seguito dell’invasione russa si è significativamente ridotta la capacità dell’Ucraina di produrre ed esportare minerali ferrosi, commodity agricole e prodotti intermedi (su tutti gli oli e le farine di girasole).

Inoltre, è crollato l’import di materie prime (fosfati, potassa), prodotti intermedi (metalli e prodotti chimici) e prodotti energetici (gas naturale, petrolio) dalla Russia, prima per le sanzioni Ue e poi anche come forma di rappresaglia di Mosca per il sostegno europeo all’Ucraina. Tre delle recenti crisi di sistema della logistica globale (congestione nei porti cinesi per il lockdown nel 2020, blocco del Canale di Suez a marzo 2021 e le attuali difficoltà di transito nel Mar Rosso) hanno interessato una direttrice di traffico marittimo tra Asia ed Europa che ha un’importanza cruciale per il sistema agroalimentare, oltre che per l’intera economia europea e italiana in particolare.

Tra le possibili soluzioni per ridurre la dipendenza dall’import ci sono partnership strategiche con i principali paesi fornitori, la promozione delle nuove biotecnologie in grado di aumentare la produttività senza un maggiore impiego di mezzi di produzione, e un sostegno rafforzato della Pac a colture proteiche e pratiche agricole a basso impiego di input.

«Gli ultimi anni ci hanno dimostrato in modo plateale quanto una dipendenza rilevante da paesi terzi per materie prime strategiche possa rivelarsi pericolosa – sottolinea l’ad di Areté, Enrica Gentile –. Lo abbiamo visto chiaramente durante il Covid, ma anche successivamente, in presenza di problemi geopolitici, logistici e difficoltà produttive legate al meteo che hanno intaccato pesantemente la disponibilità di diverse materie prime, facendo schizzare i prezzi e, in diversi casi, mettendo in discussione la capacità di approvvigionamento dell’industria europea. È fondamentale che le politiche europee tengano conto di questi aspetti per tutelare la sostenibilità delle filiere alimentari».

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