Agroindustria

Raddoppia l’import di grano duro mentre frena l’export di pasta

Con 4 milioni di tonnellate su 1,3 milioni di ettari il frumento resta la principale coltura nazionale ma la produzione è in costante calo. L’esportazione di spaghetti e penne invece rallenta del 3

di Alessio Romeo

Il caldo anomalo di dicembre ha ritardato le operazioni in tutte le aree storicamente vocate alla produzione di frumento. Da gennaio a ottobre import per 1,1 miliardi

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Con oltre 2,6 milioni di tonnellate di grano duro importate nei primi dieci mesi del 2023 – in crescita dell’85% su base annua e che potrebbero diventare un raddoppio con il consuntivo di fine anno – il deficit estero, storicamente intorno al 35%, rischia di superare per la prima volta la soglia del 50 per cento. Per tracciare un bilancio della campagna del grano duro, materia prima simbolo dell’agroalimentare Made in Italy, bisognerà aspettare la fine dell’annata agraria (che va da luglio a luglio) in estate, ma intanto le difficoltà della componente agricola, primo anello delle filiera, sono evidenti.

I prezzi, a differenza dei costi, sono crollati del 35% dall’inizio della campagna di commercializzazione a luglio disincentivando gli investimenti con le semine stimate già in calo del 10% e in ritardo a causa della crisi climatica.

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Il caldo anomalo di dicembre ha infatti ritardato le operazioni in tutte le aree storicamente vocate alla produzione di frumento. Nel 2023, da gennaio a ottobre la spesa per l’import ha superato gli 1,1 miliardi a fronte di meno di 700 milioni dell’anno precedente.

La produzione nazionale ha scontato lo scorso anno gli effetti del maltempo, con le piogge a ridosso della raccolta che ne hanno compromesso in larga parte la qualità, e quindi le rese per l’utilizzo da parte dell’industria molitoria nazionale che compra il grano per trasformarlo in semole idonee alla produzione di pasta.

Gli effetti sulla pasta 100% made in Italy

Tutto questo con buona pace della filiera 100% Made in Italy alla quale da anni si lavora attraverso la promozione dei contratti di filiera (che stanno funzionando) e incentivi ad hoc alla produzione nell’ambito della nuova Politica agricola comune, che da anni ormai paga gli agricoltori a prescindere dalle scelte colturali. Anzi disincentivandone forse la produttività vista la complessità della nuova normativa europea che ha indotto quest’anno più di 50mila imprese a rinunciare ai pagamenti a fronte delle difficoltà burocratiche e tecniche legate ai vincoli ambientali imposti da Bruxelles.

Con poco meno di 1,3 milioni di ettari e una produzione che oscilla intorno alle 4 milioni di tonnellate (3,8 quest’anno), il grano duro resta la principale coltura nazionale per estensione oltre che il simbolo dell’agricoltura italiana. Quest’anno, complice il crollo della produzione canadese che resta il principale esportatore, il primato mondiale (in un mercato da 30 milioni di tonnellate che resta una nicchia a confronto di quello da 700 milioni di tonnellate del grano tenero) è andato alla Turchia con una produzione di 4,3 milioni di tonnellate e un export record di 1,7 (di 8 volte superiore all’anno precedente), ora però bloccato per tutelare il mercato interno. Una decisione presa anche dalla Russia, altro fornitore la cui importanza è cresciuta negli ultimi anni, che da gennaio ha fermato le esportazioni per non intaccare le proprie scorte.

Intanto l’export di pasta dopo i record macinati negli ultimi anni segna una piccola battuta d’arresto con le vendite estere che nei primi dieci mesi dello scorso anno hanno registrato un calo di poco superiore al 3% (a 1,68 milioni di tonnellate) anche se alla contrazione dei volumi corrisponde un aumento in valore di oltre 89 milioni, pari al 3,6% per un incasso complessivo da gennaio a ottobre di circa 2,57 miliardi. Anche su questo business però pesa ora l’incognita della crisi nel Mar Rosso, che ha causato l’interruzione delle spedizioni marittime attraverso il Canale di Suez da cui passano anche, tra i gioielli dell’agroalimentare Made in Italy diretti in Asia per un valore complessivo di 5,5 miliardi, pasta e prodotti da forno per un valore di circa 800 milioni.

Le incertezze del mercato globale

«La crisi del Mar Rosso ha un impatto indiretto perché ha un effetto sul costo dei noli, che salgono perché ci sono meno navi disponibili, ma in realtà le importazioni non subiscono lo stop della rotta. Forse l’impatto potrebbe esserci sulla disponibilità dei container per l’export di pasta, farine e dolci – spiega Carlo Licciardi, presidente dell’Anacer, l’associazione nazionale cerealisti che rappresenta i trader del settore –. Quello del grano duro comunque resta un mercato a parte rispetto alle grandi commodity, dove basta un piccolo spostamento di produzione per determinare effetti su import e prezzi. In generale i mercati vanno in un’unica direzione, ci troviamo in una crisi macroeconomica con consumi in calo e con il maggior compratore mondiale, la Cina, in difficoltà, a fronte di un’offerta abbondante sia di cereali che di soia grazie alle ottime produzioni sia negli Stati Uniti che in Sud America, con la ripresa dei raccolti in Argentina dopo la crisi dello scorso anno. Tutto questo ha contribuito al crollo dei prezzi.

«Anche in Italia, dove i consumi non sono particolarmente brillanti, le scorte di quest’anno sono abbondanti e l’Ucraina sta riversando merce attraverso i Paesi europei, non potendo esportare via mare, con camion e treni che hanno portato al collasso la logistica. Uno scenario – aggiunge Ricciardi – che sta mettendo in serissima difficoltà gli agricoltori italiani ed europei, che già devono fare i conti con costi di produzione (fertilizzanti e mezzi tecnici) alle stelle. Tanto è vero che alcuni paesi come Romania e Polonia, stanno aiutando i produttori di cereali che vivono una situazione molto critica con fondi nazionali. Molti paesi vogliono sospendere l’applicazione della nuova Pac, che con i nuovi vincoli non agevola i produttori, e non credo che nei prossimi sei mesi la situazione sia destinata a cambiare».

«Tutto è condizionato dal raccolto e dalle scorte della campagna, per fare i conti correttamente dovremo aspettare la fine di quella in corso, a luglio, quando la situazione tornerà in equilibrio. Intanto le nuove semine, partite in ritardo, sono terminate e il temuto crollo del 20-30% non c’è stato, io credo che la diminuzione sarà contenuta intorno al 10%». È il commento di Enzo Martinelli, presidente della sezione molini a frumento duro di Italmopa, l’associazione dell’industria molitoria nazionale, oltre a essere un importante cerealicoltore del Sud Italia.

Quindi l’import dovrebbe calare drasticamente nei prossimi mesi? «Il raccolto di quest’anno è intorno a 4 milioni di tonnellate, quindi l’import necessario per soddisfare il fabbisogno sarà di circa 2,5. La fonte primaria di approvvigionamento è il Canada che ha subito un crollo da 6 a 4 milioni di tonnellate dei raccolti, quindi ci siamo affrettati a importare. I dati – continua Martinelli – sono condizionati dall’aumento delle importazioni nell’ultima parte dell’anno dovuto all’ingresso di un nuovo paese fornitore come la Turchia, che dopo un ottimo raccolto ha consentito l’export con un sistema di licenze che tiene conto della svalutazione della lira turca; ogni contratto era vincolato al blocco delle licenze che poi effettivamente c’è stato a novembre. Anche la Russia, diventato un ottimo fornitore ma meno affidabile, per evidenti motivi, ha bloccato l’export a gennaio. Così in sei mesi abbiamo importato una quantità che di solito si importa in una campagna intera.

Le esportazioni di pasta sono diventate più importanti dei consumi interni e valgono ormai il 60% della produzione. Come impatta questo sull’industria molitoria? «Siamo riusciti negli anni a esportare il buon nome di un prodotto: cala il consumo interno ma cresce quello estero. L’industria molitoria, anche quando il raccolto italiano sconta problemi di qualità, come quest’anno, riesce a trasformarlo grazie alla possibilità di miscelarlo con i grani esteri. Quando c’è il vincolo del 100% italiano questo non si può fare».

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