L’anniversario

Spread, banche e credito. Quanto durerà l’eredità del «whatever it takes»?

Nel decennale del celebre proclama di Mario Draghi la Bce ha iniziato a invertire l’atteggiamento di politica monetaria. Ma le conseguenze di quelle parole sono destinate a incidere ancora a lungo sull’economia dell’Eurozona

di Maximilian Cellino

Luci e ombre dello scudo anti spread della Bce: ecco perché il mercato è freddo

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Non solo spread. La brusca riduzione dei rendimenti obbligazionari, in particolare nei Paesi della «periferia» dell’Eurozona, è forse l’eredità che più salta all’occhio del celebre whatever it takes, almeno per noi italiani. I riflessi del discorso passato alla storia e pronunciato da Mario Draghi esattamente dieci anni fa alla Global Investment Conference di Londra sono però andati ben oltre nell’area euro: hanno sostenuto l’economia, rimodellato il settore bancario, incrementato l’emissione di debito (pubblico e privato) e dato in generale stabilità ai mercati.

La Bce alza il costo del denaro: le conseguenze

Bilancio triplicato

Punto cardine del processo di trasformazione è un bilancio, quello della Bce, che è triplicato dai 3mila miliardi di euro del luglio 2012 (circa il 30% del Pil dell’Eurozona) ai 9mila miliardi di euro del gennaio 2022 (68% del Pil). Un risultato questo dovuto per l’80% agli acquisti netti condotti attraverso i diversi programmi portati avanti dall’Eurozona a partire dal marzo 2015 e per il restante 20% all’avvio dal 2014 delle operazioni di rifinanziamento a tassi di favore per le banche e finalizzate proprio alla concessione di credito. Al di là dell’annuncio delle outright monetary transactions (Omt), gli strumenti in origine destinati indirettamente a eliminare i rischi di ridenominazione della valuta, il whatever it takes si è appunto concretizzato nel già ricordato quantitative easing e nelle Tltro, oltre che in una politica di tassi zero o negativi con riflessi ad amplissimo raggio.

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LE OPERAZIONI DELLA BANCA CENTRALE E I LORO EFFETTI

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Volatilità ridotta

Nel decennio successivo a quel luglio 2012 si è infatti registrato un significativo ridimensionamento della volatilità sui diversi mercati. Se il drastico calo dei tassi obbligazionari (con rendimenti per la prima volta addirittura negativi, non solo per il debito sovrano dei Paesi più affidabili) è evidente a tutti e si accompagna ad analoghi movimenti nelle altre aree del mondo, S&P Global Ratings fa notare come dal 2012 in poi anche per l’azionario la chiusura media giornaliera dell’indice di volatilità VSTOXX40 sia stata di 20,4 punti con una deviazione standard associata pari a 7,2 contro valori rispettivamente di 25 e 10,25 nel decennio precedente. Lo stesso euro, obiettivo principale delle parole di Draghi, «è stato ampiamente più stabile, grazie anche all’ampia fiducia del mercato nel fermo impegno della banca centrale e della chiara comunicazione le sue politiche».

Prestiti in aumento e più sicuri

Ancora più chiare sono però le conseguenze nel mondo del credito, dove il miglioramento delle condizioni di finanziamento è stato generale e si è evitato il temutissimo credit crunch. Pur con sviluppi a macchia di leopardo fra aree geografiche i progressi in questo campo sono stati indubbi: nel periodo 2016-2021 la crescita media annua dei prestiti è stata di circa il 3% ed è andata soprattutto a vantaggio delle Pmi, che insieme alle famiglie hanno potuto avvantaggiarsi da condizioni di finanziamento più accomodanti.

I benefici si sono estesi anche delle stesse banche, che hanno sperimentato un generale miglioramento della qualità degli attivi. Il tasso di insolvenza sui prestiti, aumentato all’inizio della crisi economica del 2011-2012, ha iniziato a invertirsi e il livello dei crediti deteriorati è sceso a livello continentale dal 7% al 2% in rapporto al totale.

L’avanzata del debito

E analoghi, se non addirittura superiori, sono stati i progressi registrati sul mercato dei capitali, dove gli emittenti corporate hanno potuto beneficiare di un calo dei costi di finanziamento e dei rendimenti che ha investito tutte le categorie di rischio. Se dal 2002 al 2011 l’emissione media annua totale di obbligazioni societarie era stata di 580 miliardi, ricorda S&P Global Ratigs, nei successivi 10 anni si è saliti a 833 miliardi, con un picco di circa mille miliardi nel 2021. Il tutto mentre il tasso di insolvenza si stabilizzava su livelli storicamente ridotti anche fra i titoli con più alto rischio di merito a una media del 2,08% a fine 2019, prima di risalire a causa della recessione pandemica per toccare un massimo del 6% significativamente inferiore ai livelli di default a due cifre raggiunti in occasione delle precedenti recessioni.

La trasformazione del mondo del credito

A uscire radicalmente trasformato è stato tuttavia l’intero sistema del credito: indubbiamente più solido quando si guardano gli attivi delle banche, ma anche più vulnerabile se si pensa alla loro ridotta capacità di creare profitti. Dal 2014, anno di introduzione dei tassi negativi, il margine di interesse netto degli istituti europei è sceso in media dall’1,55% all’1,25% del 2021. Questo ha portato a un tentativo affannoso di diversificazione fonti di reddito - con alterni risultati, visto che alla fine dello scorso anno il margine di interesse rappresentava ancora il 54,2% del reddito totale - oltre che a un contenimento dei costi che non è però valso a migliorare l’efficienza complessiva, dato che il rapporto con i ricavi è aumentato dal 60,5% al 64,3% fra il 2015 e il 2021.

Potrebbe essere necessario un altro decennio per ridurre il bilancio attuale della Bce di un importo sostanziale

S&P Global Ratings

Un’eredità ancora lunga

Non solo allori, quindi, per un processo che negli ultimi mesi ha subito un’inversione significativa come è evidente con il termine dei programmi di riacquisto e con l’aumento da 50 punti base deciso proprio questa settimana dalla Bce, che ha di fatto posto fine all’era dei tassi negativi. E se è inevitabile che una simile svolta possa incidere in qualche misura sul mercato dei capitali e più in generale sulle condizioni di accesso al credito di famiglie e imprese (oltre che spingere di nuovo la redditività delle banche) c’è da credere anche che il processo di normalizzazione della politica monetaria richieda tempo. «Potrebbe essere necessario un altro decennio per ridurre il bilancio attuale di un importo sostanziale», avverte S&P. L’eredità del whatever it takes di Draghi sarà insomma lunga e probabilmente impossibile da cancellare. E forse anche per questo motivo è opportuno custodirla con la massima cura.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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