Spread, banche e credito. Quanto durerà l’eredità del «whatever it takes»?
Nel decennale del celebre proclama di Mario Draghi la Bce ha iniziato a invertire l’atteggiamento di politica monetaria. Ma le conseguenze di quelle parole sono destinate a incidere ancora a lungo sull’economia dell’Eurozona
di Maximilian Cellino
4' min read
I punti chiave
4' min read
Non solo spread. La brusca riduzione dei rendimenti obbligazionari, in particolare nei Paesi della «periferia» dell’Eurozona, è forse l’eredità che più salta all’occhio del celebre whatever it takes, almeno per noi italiani. I riflessi del discorso passato alla storia e pronunciato da Mario Draghi esattamente dieci anni fa alla Global Investment Conference di Londra sono però andati ben oltre nell’area euro: hanno sostenuto l’economia, rimodellato il settore bancario, incrementato l’emissione di debito (pubblico e privato) e dato in generale stabilità ai mercati.
Bilancio triplicato
Punto cardine del processo di trasformazione è un bilancio, quello della Bce, che è triplicato dai 3mila miliardi di euro del luglio 2012 (circa il 30% del Pil dell’Eurozona) ai 9mila miliardi di euro del gennaio 2022 (68% del Pil). Un risultato questo dovuto per l’80% agli acquisti netti condotti attraverso i diversi programmi portati avanti dall’Eurozona a partire dal marzo 2015 e per il restante 20% all’avvio dal 2014 delle operazioni di rifinanziamento a tassi di favore per le banche e finalizzate proprio alla concessione di credito. Al di là dell’annuncio delle outright monetary transactions (Omt), gli strumenti in origine destinati indirettamente a eliminare i rischi di ridenominazione della valuta, il whatever it takes si è appunto concretizzato nel già ricordato quantitative easing e nelle Tltro, oltre che in una politica di tassi zero o negativi con riflessi ad amplissimo raggio.
Volatilità ridotta
Nel decennio successivo a quel luglio 2012 si è infatti registrato un significativo ridimensionamento della volatilità sui diversi mercati. Se il drastico calo dei tassi obbligazionari (con rendimenti per la prima volta addirittura negativi, non solo per il debito sovrano dei Paesi più affidabili) è evidente a tutti e si accompagna ad analoghi movimenti nelle altre aree del mondo, S&P Global Ratings fa notare come dal 2012 in poi anche per l’azionario la chiusura media giornaliera dell’indice di volatilità VSTOXX40 sia stata di 20,4 punti con una deviazione standard associata pari a 7,2 contro valori rispettivamente di 25 e 10,25 nel decennio precedente. Lo stesso euro, obiettivo principale delle parole di Draghi, «è stato ampiamente più stabile, grazie anche all’ampia fiducia del mercato nel fermo impegno della banca centrale e della chiara comunicazione le sue politiche».
Prestiti in aumento e più sicuri
Ancora più chiare sono però le conseguenze nel mondo del credito, dove il miglioramento delle condizioni di finanziamento è stato generale e si è evitato il temutissimo credit crunch. Pur con sviluppi a macchia di leopardo fra aree geografiche i progressi in questo campo sono stati indubbi: nel periodo 2016-2021 la crescita media annua dei prestiti è stata di circa il 3% ed è andata soprattutto a vantaggio delle Pmi, che insieme alle famiglie hanno potuto avvantaggiarsi da condizioni di finanziamento più accomodanti.
I benefici si sono estesi anche delle stesse banche, che hanno sperimentato un generale miglioramento della qualità degli attivi. Il tasso di insolvenza sui prestiti, aumentato all’inizio della crisi economica del 2011-2012, ha iniziato a invertirsi e il livello dei crediti deteriorati è sceso a livello continentale dal 7% al 2% in rapporto al totale.


