Tutti i dubbi dei mercati sulla strategia (e la comunicazione) della Fed
Prove di rimbalzo sui listini europei, ma fra gli investitori prevale il disorientamento per il cambio di passo delle Banche centrali. E i dati sull’inflazione Usa incombono
di Maximilian Cellino
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È un mercato decisamente disorientato quello che nella giornata di martedì attendeva le parole di Jerome Powell per capire la piega che prenderanno le politiche monetarie della Federal Reserve da lui guidata. I listini europei hanno infatti messo fine a tre giorni consecutivi di ribassi, senza però eccedere in ottimismo e restando piuttosto guardinghi: Piazza Affari ha chiuso a +0,66%, poco alle spalle di Francoforte (+1,1%) e Parigi (+0,95%). Wall Street, con il suo iniziale andamento volatile, non ha certo contribuito a invogliare gli acquisti. Salvo poi terminare anch’essa in rialzo (+0,9% S&P 500 e +1,4% Nasdaq) dopo l’audizione del banchiere centrale di fronte al Senato Usa.
Rischio di incomprensione
La cautela degli investitori è in fondo comprensibile, perché a detta degli esperti il rischio di un possibile shock finanziario causato dal disallineamento fra le attese di mercato e le mosse delle banche centrali (Fed in primo luogo) e le conseguenze di questo fenomeno sui tassi reali resta la principale incognita per le Borse in questo 2022 appena iniziato. Ancora più di un possibile rallentamento della crescita economica legato all’evoluzione della crisi pandemica o alle dinamiche dell’inflazione, che pure sono elementi in grado a loro volta di influenzare le scelte di politica monetaria.
Sotto questo aspetto, la recente scoperta attraverso i verbali dell’ultima riunione che la principale banca centrale al mondo stia pensando anche alla riduzione del bilancio lievitato fino a sfiorare i 9mila miliardi di dollari (il cosiddetto quantitative tightening) oltre che ad aumentare i tassi di interesse, come invece spiegato al pubblico dallo stesso Powell al termine di quell’appuntamento, è un cambio di passo che preoccupa di sicuro i mercati, anche perché probabilmente non comunicato con la dovuta chiarezza.
Il peso delle misure Fed
«La somma di queste azioni restrittive potrebbe essere non facile da digerire», ammette Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Am, indicando infatti come traducendo le misure non-ortodosse in movimenti «tasso-equivalenti», gli interventi restrittivi «valgano circa 3% di rialzi». In termini reali l’impatto completo raggiungerebbe addirittura quasi il 5%, secondo l’economista, perché occorrerebbe aggiungere anche circa l’1,5%-2% di rientro dell’inflazione: abbastanza per creare ulteriore volatilità su listini azionari che altrimenti sembrerebbero destinati a muoversi lungo la traiettoria disegnata l’anno precedente, anche se con tono probabilmente minore.
Appesi ai dati sull’inflazione
«Non credo che la Fed abbia interesse a devastare i mercati finanziari solo per combattere l’inflazione», sostiene Ipek Ozkaderskaya, senior analyst di Swissquote, che proprio per questo motivo vede «la possibilità di un certo ammorbidimento nel posizionamento dei più aggressivi sul mercato e quindi una certa correzione positiva delle recenti svendite sull’azionario». Il suo è in primo luogo probabilmente un auspicio, ma anche un richiamo all’importanza delle indicazioni macro nel peso delle decisioni di Washington. Proprio mercoledì il calendario mette in programma i dati sull’inflazione Usa di dicembre, più che mai cruciali: dopo le parole di Powell si ripartirà da quelli.


