Rebus inflazione e tassi. Le Borse sono tornate con i piedi per terra (per ora)
Dopo tre rialzi consecutivi arriva la prima battuta d’arresto del 2022. A causarla i verbali della Federal Reserve e i dati sui prezzi tedeschi. Ma la corsa dei listini potrebbe non essere finita
di Maximilian Cellino
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I punti chiave
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Alla quarta seduta dell’anno i mercati azionari tornano con i piedi per terra. Dopo tre giorni consecutivi di rialzo, che a loro volta seguivano il rally innescato sul finire dello scorso anno e che avevano propiziato nuovi primati di lungo periodo o addirittura storici, i listini europei hanno infatti registrato per l’Epifania una battuta d’arresto significativa: -1,8% per Piazza Affari, - 1,72% per Parigi, -1,35% per Francoforte. A contribuire al brusco risveglio degli investitori sono stati quei verbali relativi alla riunione di metà dicembre che la Federal Reserve aveva pubblicato la sera precedente e che avevano già arrestato la corsa di Wall Street, perché contenenti indicazioni per una politica monetaria più aggressiva di quanto ci si attendesse nei mesi a venire.
Il tira e molla sui tassi di interesse e sulle decisioni delle Banche centrali legate alla tempistica del ritiro delle misure di sostegno è del resto uno degli elementi che condizionerà il cammino delle Borse nei prossimi 12 mesi ed è inevitabilmente destinato a creare episodi di volatilità come quello attuale. Non per questo sembra spaventare del tutto le grandi banche d’affari, i cui strategist sembrano ancora convinti delle possibilità dell’azionario. «La reazione ai verbali appare esagerata, perché la normalizzazione della politica della Fed non dovrebbe intaccare le prospettive di crescita degli utili aziendali, che poggia su basi solide grazie alla forte spesa dei consumatori, all’aumento dei salari e al facile accesso al capitale», sostiene per esempio Mark Haefele, a capo degli investimenti di Ubs Global Wealth Management.
Oltre gli episodi di volatilità
La Banca centrale Usa ha del resto progressivamente reso meno espansiva la propria politica monetaria in misura crescente fin dalla scorsa estate. Non per questo però i mercati hanno smesso di correre e hanno anzi di volta in volta mostrato di sapersi adattare bene ai cambiamenti. Lo scenario si potrebbe ripetere ancora una volta, come lasciava intendere già ieri l’avvio confortante all’insegna del recupero di New York, tanto che Haefele resta convinto del fatto che i verbali Fed «non alterino le nostre aspettative di base secondo cui le azioni continueranno a salire e i mercati più ciclici saranno i relativi beneficiari della crescita statunitense e globale al di sopra del trend».
La rotazione dei settori
Un discorso, quest’ultimo, che apre semmai qualche riflessione sulla composizione dei portafogli: «Le società growth sono state le principali beneficiarie di tassi di interesse reali e nominali straordinariamente bassi, che hanno spinto le valutazioni a livelli elevati ed è logico che i loro titoli affrontino venti contrari più forti quando la Fed inizia a normalizzare la politica», nota l’economista di Ubs. Di qui la sua preferenza per i titoli
Il rebus inflazione
Ad aumentare le tensioni hanno contribuito anche i dati sull’inflazione tedesca, in crescita oltre le attese al 5,3% annuo a dicembre e ad anticipare un dato altrettanto robusto in arrivo per l’area euro (le attese medie sono per un incremento del 4,9%). La corsa dei prezzi è infatti un elemento tale da mettere in guardia la Bce: «Le speranze di una rapida normalizzazione dei tassi di inflazione nel 2022 verranno con ogni probabilità deluse», ammette Christian Fuertjes, economista di Hsbc, secondo il quale «è improbabile che le pressioni all’interno del Consiglio direttivo dell’Eurotower per iniziare a inasprire la politica prima piuttosto che in seguito svaniscano in tempi brevi».


