Ucraina, i “volenterosi” e il miraggio di un esercito europeo: ecco uomini e mezzi dei 27 paesi Ue
Un esercito europeo non si improvvisa, serve una programmazione di lungo periodo, ma i tempi per far fronte al nuovo scenario in Ucraina sono decisamente stretti
di Andrea Carli
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I punti chiave
- Il miraggio dell’esercito europeo
- La fuga in avanti di Macron e Starmer: 30mila peacekeeper europei da dispiegare in Ucraina
- L’Ispi: gli effettivi degli eserciti europei sono meno della metà di vent’anni fa
- Cosa può accadere se gli Usa si sfilano
- La fotografia della “potenza di fuoco” dei 27 Paesi Ue
- I militari in campo
- Le forze terrestri (esercito)
- Forze aeree
- Forze navali
- Forze strategiche, difesa aerea e nucleare
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Per l’Europa non c’è solo la questione, di certo di non poco conto, di come rafforzare la propria difesa in vista di sempre più accentuato disimpegno degli Usa targati Trump, a cominciare dal nodo risorse. La domanda non è solo: “Come andare oltre alla fatidica soglia del 2% del Pil?”. La sfida da affrontare, in tempi peraltro stretti, è quella di garantire, nell’ipotesi in cui prenda forma l’“esercito dei volenterosi” proposto da Francia e Regno Unito a garanzia di un cessate il fuoco in Ucraina, un sistema di comando che faccia riferimento a un soggetto unico, superando un modello che, allo stato attuale, si caratterizza per divisioni, inefficienze, talvolta sovrapposizioni nell’acquisto dei sistemi d’arma. Con la conseguenza che il livello di interoperabilità non è adeguato.
Il miraggio dell’esercito europeo
Considerato che le decisioni che attengono la difesa sono per definizione sensibili, in quanto strettamente connesse agli interessi nazionali, pensare che, per ipotesi, 27 Stati europei con l’aggiunta del Regno Unito possano mettere in campo a breve una catena di comando con al vertice un unico centro decisionale, che possa delinearsi uno Stato maggiore capace di coordinare le mosse dei Paesi “volenterosi” appare, allo stato attuale, un’ipotesi più da manuale di studi strategici che uno scenario concreto. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato che i contingenti non si inviano come si invia un fax. Allo stato attuale un esercito europeo, formula non nuova ma che circola da decenni, al di là delle dichiarazioni politiche, ha la parvenza di un miraggio. Un esercito europeo non si improvvisa, serve una programmazione di lungo periodo, ma i tempi per far fronte al nuovo scenario in Ucraina sono decisamente stretti.
L’Istituto Bruegel ricorda che l’Europa, compreso il Regno Unito, conta attualmente 1,47 milioni di militari in servizio attivo (SIPRI, 2024), ma l’efficacia è ostacolata dalla mancanza di un comando unificato. La Nato parte dal presupposto che il Comandante supremo alleato per l’Europa sia un generale statunitense di alto livello, ma questo può funzionare solo se gli Stati Uniti assumono un ruolo di leadership e forniscono strumenti strategici.
La fuga in avanti di Macron e Starmer: 30mila peacekeeper europei da dispiegare in Ucraina
La fuga in avanti del presidente francese Macron e del primo ministro del Regno Unito Starmer, entrambe potenze nucleari, per creare una forza comune con 30mila peacekeeper europei da dispiegare in Ucraina, con gli Usa a garantire uno scudo nel caso in cui la parola dovesse tornare alle armi, ha destato le perplessità dell’Italia e di altri membri Ue. Un’operazione che non sarebbe riconducibile né alla Nato, in quanto la Russia non la accetterebbe, né della Ue, in quanto non tutti i 27 aderirebbero (non a casa l’iniziativa non è stata presa dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen).
L’Ispi: gli effettivi degli eserciti europei sono meno della metà di vent’anni fa
Da dove partiamo in concreto? L’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, pone l’accento sul fatto i sotto-investimenti dei decenni in cui l’Europa ha apprezzato il dividendo della pace richiederanno anni per essere recuperati. Oggi gli effettivi che compongono le fila degli eserciti europei sono meno della metà che vent’anni fa. E la situazione si aggrava se si guarda ai mezzi a disposizione. La Germania dispone di un ventesimo dei carri armati in forza alla Bundeswehr alla fine della Guerra fredda. La Francia un decimo, il Regno Unito un sesto. Va peggio per l’artiglieria, che ha dimostrato la propria efficacia in Ucraina: gli obici oggi disponibili nei tre principali eserciti europei sono meno di un decimo rispetto a quanti fossero nel 1992. E la prospettiva di un passo indietro degli Usa complica il quadro: in un recente articolo il Financial Times fa riferimento a uno studio di McKinsey, in base al quale in 11 categorie principali di sistemi d’arma, come aerei da combattimento, carri armati e cacciatorpediniere, gli Stati Uniti dispongono di 32 tipi di sistemi, mentre l’Europa ne possiede 172.

