Ambiente e industria

Greenpeace condannata negli Usa a risarcimento record per boicottaggio oleodotto. Gli ambientalisti: «Rischiamo la bancarotta»

Durissima sentenza - 666 milioni $ - contro Greenpeace per le proteste del 2016 e 2017 al Dakota access pipeline, l’oleodotto multistato che trasporta circa il 5% della produzione giornaliera di petrolio degli Stati Uniti

Un nativo americano guida una marcia di protesta con veterani e attivisti fuori dall’accampamento di Oceti Sakowin, dove i “protettori dell’acqua” continuano a manifestare contro i piani di far passare l’oleodotto Dakota Access adiacente alla riserva indiana di Standing Rock, vicino a Cannon Ball, Dakota del Nord, Stati Uniti, 5 dicembre 2016. (Reuters/Stephen Yang)

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Una giuria del North Dakota ha ritenuto Greenpeace responsabile per oltre 666,9 milioni di dollari di danni in un caso intentato da un gestore di oleodotti statunitense che ha accusato il gruppo di aver orchestrato una campagna di violenza e diffamazione. Al centro del caso c’è l’oleodotto Dakota Access, dove quasi un decennio fa la tribù Sioux di Standing Rock ha guidato una delle più grandi proteste anti-combustibili fossili nella storia degli Stati Uniti.

La causa - intentata da Energy Transfer, con sede a Dallas, e la sua controllata Dakota Access - ha accusato Greenpeace international - con sede nei Paesi Bassi -, Greenpeace Usa e il braccio finanziario Greenpeace fund inc. di diffamazione, violazione di domicilio, cospirazione civile e altri reati. La giuria ha stabilito che Greenpeace Usa dovrà pagare la parte più consistente, quasi 404 milioni di dollari, mentre Greenpeace fund inc. e Greenpeace international dovranno ciascuna versare circa 131 milioni di dollari. Greenpeace Usa, infatti, è stata ritenuta responsabile - da una giuria di 9 persone - di tutte le accuse, mentre le altre entità sono state giudicate colpevoli solo di alcune.

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Le reazioni di Greenpeace

L’avvocata dell’organizzazione, Deepa Padmanabha, ha annunciato un ricorso. “La lotta non è finita”, ha detto, aggiungendo che il lavoro di Greenpeace “non si fermerà mai”. Greenpeace aveva già dichiarato che una condanna per una somma così elevata potrebbe portare l’organizzazione alla bancarotta.

“La lotta contro le grandi compagnie petrolifere non finisce oggi,” ha dichiarato Kristin Casper, consulente generale di Greenpeace international” aggiungendo che il gruppo affronterà Energy Transfer in tribunale a luglio ad Amsterdam in una causa per intimidazione presentata il mese scorso.

Energy transfer: «Differenza tra libertà di parola e violazione della legge»

Energy transfer ha definito il verdetto di mercoledì una “vittoria” per “gli americani che comprendono la differenza tra il diritto alla libertà di parola e la violazione della legge”.

“Siamo lieti che Greenpeace sia stata ritenuta responsabile per le sue azioni contro di noi, ma questa vittoria è in realtà per la gente di Mandan e di tutto il Dakota del nord che ha dovuto vivere quotidianamente le molestie e le interruzioni causate dai manifestanti finanziati e formati da Greenpeace”, ha affermato la società. In un’altra dichiarazione, l’avvocato di Energy transfer, Trey Cox, ha affermato: “Questo verdetto trasmette chiaramente che quando questo diritto di protestare pacificamente viene abusato in modo illegale e sfruttatore, tali azioni saranno ritenute responsabili”.

Mandan nel Dakota del nord

Le proteste del 2016 e del 2017 contro il Dakota access pipeline

Il caso risale alle proteste del 2016 e del 2017 contro il Dakota access pipeline, e il suo attraversamento del fiume Missouri, a monte della riserva della tribù Sioux di Standing Rock. Per anni la tribù si è opposta alla condotta in quanto rischiosa per la sua riserva idrica.

L’oleodotto multistato trasporta circa il 5% della produzione giornaliera di petrolio degli Stati Uniti. Ha iniziato a trasportare petrolio a metà del 2017.

L’avvocato Cox aveva detto che Greenpeace aveva messo in atto un piano per fermare la costruzione dell’oleodotto. Durante le dichiarazioni di apertura, ha affermato che Greenpeace aveva pagato degli estranei per venire nella zona e protestare, aveva inviato rifornimenti per il blocco, aveva organizzato o guidato corsi di formazione per i manifestanti e aveva fatto dichiarazioni false sul progetto per fermarlo.

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