Viaggio nelle disuguaglianze della sanità: per le persone transgender liste d’attesa fino a 7 anni
Nella Giornata internazionale sulla visibilità delle persone transgender il punto sul rischio di esclusione anche da servizi sanitari pubblici come gli screening oncologici
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«L’incongruenza di genere non è altro che il disallineamento tra il sesso assegnato alla nascita e il genere percepito». Sono parole semplici quelle con cui Michele Formisano, uomo transgender presidente del Cest-Centro salute trans e gender variant, descrive la condizione di una popolazione che vive ancora in Italia e nel mondo molteplici discriminazioni. Incluse quelle che attengono alla sfera della salute e dell’accesso ai servizi sanitari.
L’occasione per accendere i riflettori su questa tematica - oggi nel mirino anche di amministrazioni importanti come quella degli Stati Uniti guidati da Donald Trump - è la Giornata internazionale sulla visibilità delle persone transgender che si celebra ogni 31 marzo.
Nel Ssn pochi centri e nessuna formazione
Come risponde il nostro sistema sanitario nazionale alle persone che si trovino in un percorso di affermazione di genere? «I centri pochissimi – spiega Formisano – e le liste d’attesa lunghissime tanto che le persone attendono mesi o addirittura anni per una presa in carico. Mentre le persone che intendano effettuare cambiamenti chirurgici e quindi una riassegnazione di sesso – spiega - devono aspettare addirittura da cinque ai sette anni». Malgrado le richieste siano in aumento anche grazie alla consapevolezza crescente e alla maggiore attenzione da parte delle istituzioni, con l’Istituto superiore di sanità (Iss) che ha messo a disposizione degli utenti il portale InfoTrans che offre una autorevole bussola per orientarsi, «non c’è stato insieme al cambiamento culturale un ampliamento dei servizi e questo comporta che le persone si sentono abbandonate», sottolinea Formisano. Secondo cui al di là della rete ancora scarsa dei centri pubblici specializzati, l’Ssn nel suo complesso fatica moltissimo a intercettare questi cittadini, fin dalla mancata chiamata agli screening. L’altro tratto critico è che mancano consapevolezza e competenze nel personale sanitario. «Io credo che il percorso della formazione degli operatori sia importantissimo – avvisa però Formisano - perché quello alla salute è un diritto sacrosanto che riguarda tutti, anche le persone transgender».
Oncologi in campo fin dagli screening
Intanto in Italia anche le società scientifiche hanno deciso di occuparsi di questa specifica popolazione: una survey dell’Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom), rileva come circa una persona transgender su tre ritenga di essere stata discriminata in un ambiente di cura in Italia e da qui sono partiti programmi di formazione. «Il Servizio sanitario nazionale – afferma Alberto Giovanni Leone, coordinatore del gruppo Oncogender di Aiom e specializzando in Oncologia medica all’Istituto nazionale tumori di Milano – oggi non è pronto a prendere in carico anche questa popolazione. Però la situazione sta cambiando: se dalle nostre indagini emerge che un professionista su cinque ritiene di non essere adeguatamente formato, circa il 70-80% degli operatori che lavorano in oncologia chiede di esserlo». Una priorità: la mancata chiamata o l’autoesclusione della popolazione transgender per timore dello stigma mette a repentaglio la possibilità di fruire del diritto alla salute.
