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Viaggio nelle disuguaglianze della sanità: migranti, il boomerang delle cure mancate

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale il punto sulle barriere d’accesso alle cure e all’assistenza pubblica in Italia

La salute “invisibile” degli immigrati. Mortalità neonatale più alta del 55%

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Il primo gap sanitario per la popolazione immigrata è la mancanza di un monitoraggio sistematico del profilo di salute delle persone straniere. Uno sguardo istituzionale assente, che non “vede” il 10% del Paese. Tanto che non sono presenti indicatori specifici neanche nei Lea, il sistema di monitoraggio dell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza.

«Se entrassimo in una logica secondo cui non dobbiamo offrire tutto a tutti allo stesso modo – spiega Salvatore Geraci, area sanitaria della Caritas di Roma e Società italiana medicina delle migrazioni - ma dobbiamo agire con più attenzione nei confronti delle persone che hanno maggiori fragilità sociali, allora tutti questi livelli di invisibilità riusciremmo, forse, a vederli. E daremmo a tutti pari opportunità».

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Accogliere gli immigrati prima di curarli è l’approccio adottato nello storico poliambulatorio Caritas di Roma. «Il primo gesto è quello di guardare negli occhi la persona e ascoltarla – spiega Giulia Civitelli, direttrice sanitaria del Poliambulatorio nei pressi della stazione Termini – cercando di accompagnarla in un percorso di empowerment e di consapevolezza dei propri diritti. Non vogliamo sostituirci al Servizio sanitario nazionale ma collaboriamo con la sanità pubblica perché le persone migranti siano inserite nei percorsi di presa in carico previsti dalle normative, che negli anni si sono evolute verso una progressiva inclusione».

Nel cuore di Roma un poliambulatorio per chi vive ai margini

Disuguaglianze fin dal percorso nascita

Ma i gap sono e restano profondi. La Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale che si celebra il 21 marzo è l’occasione per ricordare come in Italia nel 2023 mediamente il 20% dei parti - a seconda delle Regioni, con alcune che superano il 30% - riguardi donne immigrate. Per le mamme straniere il percorso nascita risulta stabilmente e sistematicamente peggiore rispetto alle italiane. La gravidanza e il parto sono di fatto un periodo di vulnerabilità per le donne immigrate a causa delle più frequenti condizioni di svantaggio economico, delle barriere linguistiche e culturali, delle difficoltà di accesso e fruizione dell’assistenza e della mancanza di una rete familiare di sostegno.

Numero di visite, età gestazionale alla prima visita, numero di ecografie, indagini pre-parto, presentano livelli inferiori per le donne straniere. Se le donne italiane che effettuano la prima visita oltre il primo trimestre di gravidanza è pari all’1,9% del totale, questa presa in carico tardiva riguarda invece il 10,5% delle donne straniere. E più spesso le mamme straniere effettuano meno di 4 visite, meno di 3 ecografie e non svolgono indagini prenatali per individuare eventuali anomalie del feto.

Le madri straniere presentano infatti un rischio raddoppiato di morire, durante o subito dopo la gravidanza.

A dimostrare la cronica difficoltà di accesso ai servizi da parte delle immigrate c’è anche la scarsa partecipazione ai corsi preparto offerti gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale, con scarti rispetto alle italiane di circa il 30 per cento in meno.

Babelnova Orchestra in difesa del Servizio sanitario nazionale

Mortalità neonatale più alta del 55%

Anche per i neonati, lo svantaggio di salute è immediato, con maggiore sofferenza neonatale. Secondo gli ultimi dati disponibili, la mortalità neonatale nel 2020 è stata di 1,63 per mille per gli italiani e del 2,53 per mille per gli stranieri, il che significa che i neonati stranieri hanno un tasso di mortalità più alto del 55% rispetto ai neonati italiani, mentre la mortalità infantile è del 2,3 per mille contro il 3,7 per mille degli stranieri, il 61% in più.

“Essendo correlata negativamente alle condizioni sanitarie, ambientali, sociali e a una diversa accessibilità ai servizi sanitari – spiega Patrizia Carletti, medico, già responsabile dell’Osservatorio sulle Diseguaglianze nella salute della Regione Marche dal 2000 al 2024 - la mortalità infantile è un indice sia del differente livello di benessere tra stranieri e italiani o tra residenti in aree geografiche diverse, sia di una differente organizzazione dei servizi sanitari con performance molto diverse tra loro”.

Prevenzione oncologica per pochi

Sia per gli uomini che per le donne immigrate, la principale causa di morte per malattia è rappresentata dai tumori. In particolare circa il 30% delle cause di morte delle donne immigrate è rappresentato da tumori oggetto dei programmi di screening gratuiti offerti dal Ssn per la prevenzione dei tumori al seno, all’utero e del colon. La popolazione riceve un invito a fare lo screening tramite una lettera. Ma tra gli immigrati l’adesione è minore rispetto alla popolazione italiana in tutti e tre i programmi.

Tra le cause: maggiore mobilità sul territorio che rende gli immigrati non visibili in quanto non regolarmente residenti, scarsa conoscenza della lingua, difficoltà nel comprendere il concetto di prevenzione e le modalità con le quali di svolgono i test, mancanza di materiali informativi multilingue.

Secondo l’Osservatorio Nazionale Screening, partecipano allo screening mammografico il 40% delle donne immigrate (che rappresentano l’8% delle donne invitate) contro il 52% delle donne italiane. Anche l’adesione allo screening per il tumore del collo dell’utero (Pap Test) da parte delle donne immigrate è inferiore alle italiane, particolarmente nelle giovani sotto i 25 anni (14% nelle immigrate contro il 30% delle italiane).

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