Viaggio nelle disuguaglianze della sanità: migranti, il boomerang delle cure mancate
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale il punto sulle barriere d’accesso alle cure e all’assistenza pubblica in Italia
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I punti chiave
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Il primo gap sanitario per la popolazione immigrata è la mancanza di un monitoraggio sistematico del profilo di salute delle persone straniere. Uno sguardo istituzionale assente, che non “vede” il 10% del Paese. Tanto che non sono presenti indicatori specifici neanche nei Lea, il sistema di monitoraggio dell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza.
«Se entrassimo in una logica secondo cui non dobbiamo offrire tutto a tutti allo stesso modo – spiega Salvatore Geraci, area sanitaria della Caritas di Roma e Società italiana medicina delle migrazioni - ma dobbiamo agire con più attenzione nei confronti delle persone che hanno maggiori fragilità sociali, allora tutti questi livelli di invisibilità riusciremmo, forse, a vederli. E daremmo a tutti pari opportunità».
Accogliere gli immigrati prima di curarli è l’approccio adottato nello storico poliambulatorio Caritas di Roma. «Il primo gesto è quello di guardare negli occhi la persona e ascoltarla – spiega Giulia Civitelli, direttrice sanitaria del Poliambulatorio nei pressi della stazione Termini – cercando di accompagnarla in un percorso di empowerment e di consapevolezza dei propri diritti. Non vogliamo sostituirci al Servizio sanitario nazionale ma collaboriamo con la sanità pubblica perché le persone migranti siano inserite nei percorsi di presa in carico previsti dalle normative, che negli anni si sono evolute verso una progressiva inclusione».
Disuguaglianze fin dal percorso nascita
Ma i gap sono e restano profondi. La Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale che si celebra il 21 marzo è l’occasione per ricordare come in Italia nel 2023 mediamente il 20% dei parti - a seconda delle Regioni, con alcune che superano il 30% - riguardi donne immigrate. Per le mamme straniere il percorso nascita risulta stabilmente e sistematicamente peggiore rispetto alle italiane. La gravidanza e il parto sono di fatto un periodo di vulnerabilità per le donne immigrate a causa delle più frequenti condizioni di svantaggio economico, delle barriere linguistiche e culturali, delle difficoltà di accesso e fruizione dell’assistenza e della mancanza di una rete familiare di sostegno.
Numero di visite, età gestazionale alla prima visita, numero di ecografie, indagini pre-parto, presentano livelli inferiori per le donne straniere. Se le donne italiane che effettuano la prima visita oltre il primo trimestre di gravidanza è pari all’1,9% del totale, questa presa in carico tardiva riguarda invece il 10,5% delle donne straniere. E più spesso le mamme straniere effettuano meno di 4 visite, meno di 3 ecografie e non svolgono indagini prenatali per individuare eventuali anomalie del feto.
